19 Dic2011
Edda Dell’Orso Performs Ennio Morricone
Ennio Morricone
Edda Dell’Orso Performs Ennio Morricone (2008)
GDM 6004-2
Cd 1, 18 brani - durata: 62’33”
Cd 2, 17 brani + un’intervista - durata: 63’14”
Il doppio cd della GDM, contenente master originali di partiture morriconiane rimasterizzate in digitale, offre una crestomazia esaustiva dello straordinario talento della Dell’Orso in pagine molto note (il tema da C’era una volta il West, 1968, e il Deborah’s theme da C’era una volta in America, 1984, di Sergio Leone, in testa a tutte ovviamente: impossibile ancora oggi non rabbrividire dinanzi alla pulizia cristallina, al colore dorato di quei legati e alla insostenibile “leggerezza” del vocalizzare dell’artista) ma anche meno note e da film talvolta dimenticati, thriller a sfondo erotico, commedie, pellicole di guerra.
Sono gli anni in cui Morricone lavora con ritmi di una freneticità disumana, sospinto da un’ansia di ricerca, di innovazione, di sperimentazione che spesso lo porta, come abbiamo avuto più volte occasione di osservare, a raggiungere gli esiti più formalmente e linguisticamente interessanti proprio in B-movies o comunque in pellicole tutt’altro che autoriali, dove quindi la sua libertà di agire è massima. Edda Dell’Orso è parte costitutiva di questo laboratorio creativo morriconiano, sino a diventarne la firma. La sua tecnica non ha eguali né possibilità di essere confusa con altre: sia che vocalizzi allo stato puro (su vocali prevalentemente chiuse, in particolare la “u”) o che sillabi, o che alterni una fonazione volutamente vaga con un uso ritmico ed espressivo del respiro (“In un sogno il sogno” da La donna invisibile, 1969, di Paolo Spinola o “Veruschka” da Veruschka poesia di una donna, 1971, di Franco Rubartelli), la sua presenza si rivela determinante nel climax sonoro, sia per la tecnica di emissione, palpitante e a volte ansimante, carica di una formidabile tensione espressiva, sia per l’agilità che in alcune circostanze (Metti una sera a cena, 1968, di Giuseppe Patroni Griffi) esibisce un funambolismo che ai giorni nostri sarebbe tranquillamente risolto ricorrendo al computer, sia infine per l’intonazione che in qualche caso (“L’estasi dell’oro” da Il buono, il brutto, il cattivo, 1966, di Sergio Leone) svela doti pressoché sovrumane negli attacchi, nelle modulazioni, nell’alternanza di legato e staccato. Non è necessario che il suo ruolo sia in primo piano, a volte è sufficiente che sia una componente dello “strato” sonoro di cui Morricone riveste una pagina: si pensi al drammaticissimo La moglie più bella, 1970, di Damiano Damiani, dove il canto quasi disperato di Edda si contrappunta all’ossessivo incidere del “marranzanu”, affiancando così una componente umana e femminile ad uno strumento sin troppo caratterizzante di abusi e malcostumi del Sud. Curioso è anche come la voce della Dell’Orso sappia alleggerirsi fino a registri quasi infantili se è chiamata ad un canto “normale” o quantomeno ad una sua simulazione (Le foto proibite di una signora perbene, 1971, di Luciano Ercoli); oppure trasformarsi in timbro violaceo, grave e intenso, quando raddoppia il pianoforte nel mestissimo e inquietante Valzer da La corta notte delle bambole di vetro, 1971, di Aldo Lado.
Vi sono poi momenti di slancio cantabile quasi operistico (“Le donne al fiume” da La califfa, 1970, di Alberto Bevilacqua), altri in cui la voce di Edda si fa quasi piangente (Cosa avete fatto a Solange?, 1972, di Massimo Dallamano) o si fissa in agghiaccianti cantilene (“Giornata rosa” da Giornata nera per l’Ariete, 1971, di Luigi Bazzoni), altri ancora in cui il suo timbro inconfondibile e adamantino si leva fino ad altezze siderali su un solenne corale (“Luna canadese” da H2S, 1968, di Roberto Faenza), altri infine in cui il suo ruolo è di ripresa del tema principale come in Il ladrone, 1980, di Pasqule Festa Campanile: ed è quest’ultimo uno schema ricorrente (introduzione, esposizione del tema, sua ripresa e massimo sviluppo nella voce della Dell’Orso) che permette al talento dell’artista ligure di risaltare in modo ancora più vistoso. Era evidentissimo che Morricone strumentava pensando già a Edda come ad un solista particolare della sua orchestra, uno dei molti che – utilizzando mezzi diversi – impreziosirono le sue partiture: è lo stesso maestro a ricordarlo, in una breve intervista piena di gratitudine che chiude il secondo cd, quando affianca il ruolo di Edda Dell’Orso a quello del violista Dino Asciolla, della flautista Monica Berni, del trombettista Michele Lacerenza, della pianista Gilda Buttà e di molti altri. Qualcosa di più che semplici “ospiti” del mondo compositivo morriconiano, ma piuttosto elementi fondativi, architravi sonore di quel mondo: ed in questa architettura, così complessa e ricca, così variegata e poliedrica soprattutto in quegli anni di inarrestabile creatività, Edda Dell’Orso è stata senza ombra di dubbio il muro maestro, il quid, il marchio di fabbrica senza il quale la fascinazione delle partiture morriconiane non avrebbe presumibilmente detenuto quel potere di suggestione e di inconfondibilità trasmesso ad ormai due generazioni di pubblico.
