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27 Gen2012

The Iron Lady

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_iron_lady.jpgThomas Newman
The Iron Lady (Id., 2011)
Sony Classical SK 91434
18 brani + 2 canzoni + 2 brani classici – durata: 55’03”

 

La nervosa, anticonformista partitura del più talentoso rampollo della Newman-dynasty costituisce probabilmente l’elemento di maggior discontinuità critica all’interno del già discusso, apologetico biopic dedicato da Phyllida Lloyd a Margareth Thatcher. Come spesso accade, alla musica compete di suggerire ciò che le immagini sottendono, magari a rischio di contraddirle, in ciò provocando non conflitto ma al contrario una salutare dialettica, oltretutto assai stimolante all’ascolto. Newman è da tempo in una fase che definiremo “mista”, sospeso fra raffinati strumentismi e utilizzo anche spregiudicato ma mai azzardato dell’elettronica (si vedano anche, sui rispettivi fronti, i recenti The help e I guardiani del destino). Una formula che qui si rivela proficua e vincente, molto consona all’argomento: la sintesi tra acustica ed elettronica confluisce infatti in un paesaggio sonoro sospeso, a tratti onirico (i ripetuti, siderali accordi di pianoforte su un pedale synt di “Eyelash”),  o addirittura surreale: il brevissimo “MT” introduttivo che ritroveremo molto più sviluppato in “Fiscal Responsibility”, tutto basato su una pulsazione elegante, quasi desplatiana, ne è solo uno scampolo. In realtà, bandito ogni “britannicismo” musicale con la parziale eccezione di una concentrata severità di “circumstance” quasi elgariana negli archi di “Swing Parliament”, tira abbastanza aria di minimalismo in alcune soluzioni fondate soprattutto sull’iterazione di cellule ritmiche ossessive (“Grocer’s Daughter”) all’interno delle quali circolano, più che temi, spunti, frammenti, segmenti leitmotivici (uno su tutti: gli intensissimi, struggenti 48 secondi di “Airey Neave”). Non v’è dubbio che sul fronte meditativo Newman spenda alcune delle proprie migliori risorse di malinconico, lirico fraseggiatore, specialmente nella densa scrittura degli archi (“Denis”), ma sorprendono anche alcuni excursus simili a veri pezzi di bravura citazionistica, come il brillante, rossiniano “The Great in Great Britain” o il bandistico, squillante “Discord and Harmony”. Pezzi che attestano la compresenza, nello score, di più stili e sollecitazioni,  oltre che di altre fonti preesistenti e interne: come la marcia “Soldiers of the Queen” direttamente dalla Banda Militare di Sua Maestà, il duetto tra Deborah Kerr (voce di Marni Nixon) e Yul Brynner “Shall we dance?” di Richard Rodgers  e Oscar Hammerstein II da Il Re e io (1956, Walter Lang), l’ormai onnipresente “Casta diva” belliniano della Callas, e una aggressiva versione del Preludio n.1 dal Clavicembalo ben temperato di Bach eseguita a passo di carica dal pianista finlandese Olli Mustonen. Quanto dire che l’eclettismo newmaniano è inserito in un contesto molto favorevole.
La soluzione dell’ostinato ritmico degli archi come cellula motrice sulla quale si alzano richiami lontani delle tastiere o dei legni è comunque la prediletta della partitura (“Nation of Shopkeepers”), cui conferisce un’andatura vagamente ossessiva e compulsiva, fitta di accelerazioni o interrotta da repentine pause. Dove l’elettronica prende il sopravvento, come in “Grand Hotel” o nell’ansiogeno “Crisis of confidence”, l’incidenza dell’elemento ritmico si trasforma sic et simpliciter in fortissima istanza drammaturgica, e la coazione a ripetere, soprattutto negli incessanti ostinati degli archi, in fonte di autentica, insopprimibile tensione. L’electro-rock metallaro di “Community Charge” ci svela un altro dei tanti aspetti del proteiforme multilinguismo del compositore (non a caso molto caro, insieme a Michael Giacchino, a quelli della Pixar…), mentre “The difficult decisions” e l’ampio, marziale “Exclusion zone”, quasi interamente elettronici ma con significativi inserti di archi e possenti ottoni (il secondo rievoca lo Zimmer apocalittico di Inception), spingono lo score verso i territori dell’action music più convulsa e stringente.
“Statecraft” riprende ampliandolo nello spettro sonoro e nel polistilismo strumentale il decorso pulsante e insistito di “Grocer’s Daughter” con la frase a salire in crescendo degli archi, mentre in “Steady the Buffs” ritroviamo inizialmente gli accordi pianistici sospesi nel vuoto, seguiti da una virtuosistica, tempestosa irruzione del violino solo, cui risponde – mutuato da “Swing Parliament” – un solenne e compostissimo, quasi funebre corale per archi, chiuso in un pedale acuto su cui vanno a disperdersi le ultime note del piano.
Partitura complessa e sovraccarica di elementi, dunque, che ribadisce in Thomas Newman una soglia di attenzione sempre molto elevata nei confronti degli spunti psicologici e drammatici che le storie (e qui la Storia) offrono al suo poliedrico talento compositivo.

 

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Daniela Bocconi

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