All is True
Patrick Doyle
All is True (Id. - 2019)
Sony Classical 19075930552
17 brani – durata: 37’12’’

Il compositore inglese Patrick Doyle è certamente tra quelli più attivi, sia sul mercato europeo che su quello americano. Il suo sodalizio con Kenneth Branagh è indubbiamente tra i più fruttuosi degli ultimi anni. Il rapporto intessuto con il regista e attore britannico ha portato il musicista a esplorare sempre nuovi generi che hanno spaziato dal cinecomic (Thor), allo spy film (Jack Ryan), fino al giallo (Assassinio sull’Orient Express) solo per citarne alcuni tra gli ultimi del loro sodalizio.
Di volta in volta, Doyle ha steso una partitura finalizzata agli scopi filmici e sempre in linea con le sue origini inglesi, anche se la tradizione britannica si è andata affievolendo con i prodotti mainstream come Rise of the Planet of the Apes o Eragon.
Nel lungometraggio All is True, che segna l’ennesima collaborazione con Kenneth Branagh, Doyle ha di certo recuperato molta parte della tradizione musicale inglese. Lo percepiamo all’ascolto del primo brano “The globe” dove il pianoforte, che sarà il perno attorno al quale ruota tutta la partitura, esegue un pezzo distinto per le armonie romantiche. Potremmo quasi dire che proprio un minimalismo musicale sembra essere il carattere contraddistinto dell’intera score. In “Ten Thousand more” Doyle sembra voler sottolineare la direzione da lui intrapresa; il piano è effettivamente al centro dell’intera partitura e insieme all’arpa, nel pezzo “The trial”, scrive una delle pagine più efficaci dell’intero lavoro.
Dobbiamo confessare che, vista la tradizione alla quale il compositore sembra volersi rifare, la OST non spicca per originalità o grandi valori musicali. Molte volte la musica sembra scomparire e ritrovarsi solo come musica d’ambiente, perdendo il ruolo da protagonista. I brani “Clever lad”, “It grieves me”, ad esempio, costituiscono solo un sottofondo alla scena e non aggiungono nulla alla varietà sentimentale rappresentata. La score di All is True rimane confinata ai margini di un progetto che avrebbe potuto e dovuto fare della musica l’arma in più, capace di veicolare quelle sensazioni ed emozioni che solo il linguaggio universale delle note può fare. Forse Doyle, frequentando troppo Hollywood, ha dimenticato la profondità timbrica e musicale di cui la sua terra si è sempre fatta massima esponente; pensiamo a Vaughan Williams solo per fare un nome. Quello spessore musicale, fatto vedere in passate opere, qui risulta vuoto e privo della grande autorevolezza che una colonna sonora del genere avrebbe dovuto avere e dare.
Spicca su tutti “Fear no more”, eseguito da Abigail Doyle, brano nel quale si scorge il Doyle del passato, appassionato della tradizione e fermo nella grandezza delle auctoritates musicali e letterarie (visto che si tratta di una versione musicale del poemetto scritto da William Shakespeare).
La collaborazione con Branagh solitamente degna di lode (pensiamo alla pregevolissima Cenerentola) entra qui in una nuova fase. Se prima la musica era in primo piano a recitare con gli attori e a lavorare con il regista qui si trova sullo sfondo e ne rimane solo la cornice.
