Mare fuori – Stagione 1/2/3/4

Stefano Lentini
Mare fuori – Stagione 1 (2020)
Rai Com/Warner Music 5021732257000
CD 1: 18 brani – Durata: 52’42”
CD 2: 15 brani – Durata: 40’04”


Stefano Lentini
Mare fuori – Stagione 2 (2021)
Rai Com/Warner Music 5021732257017
16 brani – Durata: 54’52”


Stefano Lentini
Mare fuori – Stagione 3 (2023)
Rai Com/Warner Music 5021732257024
15 brani – Durata: 56’52”


Stefano Lentini
Mare fuori – Stagione 4 (2024)
Rai Com/Warner Music 5021732269010
14 brani – Durata: 64’48”

L’anno appena conclusosi, il compositore Stefano Lentini (le serie Studio Battaglia, La porta rossa, Braccialetti rossi, Sopravvissuti), insieme ai compari d’avventura musical-realizzativa Raiz, pseudonimo di Gennaro Della Volpe, Matteo Paolillo e Lolloflow, nome artistico di Lorenzo Gennaro, si sono aggiudicati il SIAE Music Awards per Mare fuori come Migliore colonna sonora Serie TV streaming, ad ulteriore conferma dell’enorme successo mediatico del serial tutto italico.
Tale e tanto il clamore intorno alle quattro stagioni, iniziate nel 2020 e terminate, per il momento, nel 2024, che perfino un musical teatrale, con le canzoni originali della serie, né è scaturito, debuttando nel 2023, con la regia di Alessandro Siani: caso unico di serie televisiva nel nostro Bel Paese che diviene Musical. Finalmente Warner Music e Rai Com hanno deciso di pubblicare in formato fisico, dopo tutte le uscite digitali, quattro CD contenenti ogni nota strumentale (almeno in buona parte) composta da Lentini, alcune delle canzoni gettonate dagli innumerevoli fan (in particolari adolescenti) co-scritte con Raiz e da lui interpretate (ma non solo), comprensiva la celeberrima, orecchiabile e canticchiata ogni dove “'O mar for” (Lorenzo Gennaro, Matteo Paolillo, Stefano Lentini), in cui partecipa Raiz ma canta Matteo Paolillo: una canzone pop/rock dai toni oscuri ma redentori, con il rumore del mare sullo sfondo. Lo score è stato eseguito dalla OSN Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, diretta da Emanuele Bossi, per la prima stagione; dalla OIC Orchestra Italiana del Cinema, sempre sotto la direzione di Bossi, anch’egli noto compositore per Cinema e TV (L’isola di Pietro, Elf Me, La stranezza), per la seconda stagione; l’Orchestra di Roma diretta da Daniele Belardinelli per la terza stagione; nuovamente l’OSN Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, ancora una volta con sul podio Belardinelli, per la quarta stagione. Vi è anche la presenza, di colonna musicale in colonna musicale a seconda le stagioni, del coro di voci bianche de I Piccoli Cantori di Barcellona Pozzo di Gotto e la performance solistica di grandi interpreti quali, tra i tanti, Gilda Buttà al pianoforte, Michelangelo Carbonara per l’esecuzione pianistica dei brani d’impronta classica, Luca Pincini al violoncello, Alessandro Simoni sempre al piano, Fabio Severini all’oboe, Alberto Mina al violino, Eunice Cangianiello alla celesta (anche copista delle OST), Andrea Marzari alla chitarra elettrica e Marco Rovinelli alla batteria. La serie TV ruota intorno alle vicissitudini dei detenuti e del personale di un inventato istituto penale per minorenni di Napoli, liberamente ispirato alle vicende dei carcerati di Nisida.
Lentini, nella partitura della prima stagione, inserita su due CD, compone un elegiaco ed astratto “Requiem del mare” per violoncello solo (Massimo Macrì), violino solista (Roberto Ranfaldi), synth, archi, flauto traverso (lo stesso compositore che suona anche chitarre, basso elettrico, ocarina, pianoforte e programmazioni), che apre l’album. “Improvviso per pianoforte alla Stazione” ha il respiro minimalista di un Michael Nyman aperto e aereo, simil Lezioni di piano. “Tic Toc (non è andata così)” con la voce iniziale di Raiz, recitante seriosamente su violoncello e batteria, spazializzante tra atmosfere fantascientifiche rap/hip hop, nella seconda parte canoramente urlata in un profluvio psichedelico orchestral/elettronico vangelisiano, assai d’effetto e spingente verso un ascolto reiterativo, con coro finale di voci bianche epicizzante. Una stornellante cantastorie (la bravissima Carolina Gentile), sofferente nel crescendo solennemente addolorato e disperato di “O Core Mio” (liriche di Gianna Caiazzo). “La rivolta” per piano, synth, archi, ottoni, gong e beat cardiaco è una portentosa e crescente melodrammatica e dolorosa corsa contro il tempo, senza via di scampo. Coralmente astratto, con quella chitarra solista, sorretta da archi in levare, enfatica e mediterranea alla Gustavo Santaolalla, nel misterico e ascetico “Suite delle Mura (Caro mare)”, che diventa nella seconda parte una tarantella pop moderna. Altro gran pezzo minimalista alla Nyman per piano solista, “Sonata dell’incontro per pianoforte a quattro mani”, inebria l’anima dell’uditore. “Mare fuori” è canzone cavernosamente metal/rock/rap acida nella prima metà, con ritornello celestiale, interpretata magistralmente da un Raiz aggressivo e furiosamente inarrestabile, aiutato da una centrale solistica infernale chitarra elettrica. Un piano solo struggente canta, danzando tra i tasti neri e bianchi con dolce vigoria, un dolore interiore sempre più opprimente in “Suite notturna in Do minore – Act 1 – Quella notte”, “Suite notturna in Do minore – Act 2 – Impromptu” e “Suite notturna in Do minore – Act 3 – Il sogno”, con il sopraggiungere in quest’ultima traccia di archi e ocarina a rendere tutto tensivamente penoso. “Canto dei Canti” risuona mediorientale con un crescendo orchestrale possente, soprattutto con quelle voci dilaniatrici nel timbro e sofferenti nella sostanza. La canzone “Ddoje Mane” ipnotizza con quella circolarità elettronica anni settanta carpenteriana e la voce rauca e netta di Raiz che spezza ‘o core. “Le voci dentro urlano (carcere)” è un declamante mix di synth, piano e voci bianche che si incuneano sotto pelle. Action Music hollywoodiana nel concitato e classicheggiante inseguimento pop sinfonico corale di “Moon (dal Presto del Chiaro di Luna)”. “Child (tempo che frana)” è atmosferica elegia corale intimista. “Il combattimento (c’è un mare fuori)” è un altro gran bel brano corale formalmente ascendente. Il secondo CD presenta tre movimenti, tra minimalismo e insigne sinfonismo britannico novecentesco sia classico che per film, così denominati: “Partita per pianoforte e orchestra – Ouverture – Adagio – Sonata”. “Cantata del mare” è mozartianamente e coralmente sconsolata, seppur grandiosamente in levare. “Preghiera dal mare” è un crescendo nervosamente appassionato e teso sinfonicamente. “Ritorno a casa” è un andante con moto, vertiginoso e straziante, imponente nel suo crescendo senza deceleramenti. Quiete intrisa di disperazione con il popolare “Breve adagio dal Chiaro di Luna” di Ludwig van Beethoven. “De Vita Beata” è un gocciolio classico corale e pianistico di empirico incanto. “Discorso dal profondo” si mostra precipitosamente desplatiano nel suo altisonante incedere avviluppante e gridante rivincita. “The Sea Beyond” suona strimpellante e arabeggiante, sulla falsariga del pezzo “Suite delle Mura (Caro mare)”. “Mare rosso” puntella l’ascoltatore in maniera desolante e nervoso con i suoi archi, synth, violino solo e batteria ritmicamente martellanti in levare. Stessa sensazione dal brano frenetico “Soffia il vento e ho paura”. “Spoken Word” vibra primordiale nei suoi flauti serpeggianti e nel suo elettronico ascendere incubante. “Bambini perduti” e “Un giorno il cielo è bello” suonano spiritualmente misterici e contriti, pur sempre con un sentore coral-sinfonico ritmico intimamente fiducioso.
La canzone partenopea pop/rap dall’impronta da Musical moderno già in nuce, “Amore che fa male”, interpretata sentitamente da Raiz, Serena Codato e Domenico Cuomo, dischiude il CD singolo della seconda stagione in maniera allertante e con un certo classicismo bachiano metamorfizzato pop che sa insanguinare l’anima e il cuore dell’audience, che si trova così sprofondato, senza appigli, nel buio delle celle del carcere minorile. Ipnotizzante e ridondante quell’accennato cello solista introiettato nella struttura ondeggiante electro/sinfo/new age di “Ribelli”. “Il respiro del mare” è un leitmotiv delicatamente soffuso per piano solista, archi sottesi e melliflui e suoni onomatopeici di balene (o pseudo tali) sullo sfondo che si fanno via via vividamente formali, sintetici e zimmeriani nel loro crescendo impetuoso. “Tutte le mani” corre sferzando il vento della giovinezza spensierata con archi, percussioni, batteria e synth con lo stesso effetto da eco di balene di cui sopra: il tema risulta meravigliosamente arioso. “Combattere” affida al violoncello, a percussioni sintetiche e archi fluttuanti il compito di ascendere decisi e coraggiosamente grintosi. Archi pizzicati e giocherelloni ma guardinghi e semi battaglieri in “Il mare è ovunque”. Nymaniano il saltarellante pianismo accorato e sospensivo, nella seconda parte, di “La scelta di correre”. “La banalità del male” dà al piano solista e agli archi sottesi il dover delineare tristemente e cupamente ciò che il titolo della traccia esprime a chiare lettere. “Tema del mare atto secondo” e “Dialogo impossibile” pronunciano, tra marcati sintetismi orchestrali parecchio rarefatti e oscuri, note di afflizione lancinante. Faticoso il dialogo synth, piano e archi tensivamente zimmeriano di “Bambini uomini”, con accenno finale di un tema, dapprima per archi e poi per pianoforte solo, che vuol essere tenue però riversandosi sull’uditore con sommo spasimo. “Altra dolcezza” è melodiosamente straziante. “Fino in fondo” è una corsa a rotta di collo contro il tempo per archi, batteria, archi, con un crescendo finale alla John Adams. “Paura del vuoto” batte e ribatte fosco e mortuario, con qualche rivolo dello Zimmer, scandente un trascorrere del tempo preoccupante e ad orologeria, di Interstellar. “Cantata da requiem” riecheggia ancestrale, con il suo cello classicamente impenetrabile. “Insieme sempre” risolve l’album con archi sospirosi e addolorati e un violino solista stridente: la seconda parte del pezzo si apre a soluzioni decisive arieggianti e candidamente consolatorie.
Il CD della terza stagione palpita crepitante e misteriosamente dark con la confondente sinfo/synth apparizione di “Violet Suite Act 1”, con un cello solo mefistofelicamente seducente e beat industrial da scary music modernamente hollywoodiana o da traccia di commento action tensiva bondiana. Più avanti si ripropone “Violet Suite Act 2”, stavolta sospensivamente pianistico, con un leggiadro cello che pian piano scompare, contrappuntato dagli archi leggeri e svolazzanti, e sostituito da un fagotto misterico. “Sistema abisso” risulta spazialmente etereo nel suo inizio synth, in seguito con il sopravvento del piano, della batteria, degli archi e dei fiati che enunciano un tema profondamente avvolgente in cui si tocca il cielo con un dito. “Goodbye” è un leitmotiv che cresce a poco a poco, insinuante, strisciante, che sa essere ondulatorio e ammaliante al contempo, restando enfaticamente distaccato e intimo pur nella sua durezza in levare: quel sento non sento che ti si appiccica addosso gradatamente e ti colpisce allo stomaco. Ritorna in una nuova versione la psichedelica canzone ipnotizzante di Raiz “Tic Toc – Season 3”. “La casa degli altri (Adagio for Strings)” è uno dei tanti temi che Stefano Lentini, ispiratissimo, ha composto con intimistica efficacia fuori e dentro il girato di questa serie drammatica ed emozionale: un adagio davvero toccante, con una solennità crescente che sfido chicchessia a non arrivare alla commozione. “Il senso del mare (piano solo)” è sentitamente puntillistico nel suo classicismo aggraziato e severo nel medesimo tempo, con qualche rimembranza horneriana (l’esecuzione della Buttà sa come far venire i brividi lungo la schiena). “I tuoi diritti” è una perdurante progressione sintetico-ritmico-pianistica, con archi a sostegno, tensiva e magnetizzante, totalmente in levare. “Karma giorno” suona rarefatto e fantasmatico. “Intreccio pericoloso” è ritmicamente compulsivo e drammaturgicamente allertante. “In fuga da tutto”, a dispetto del titolo, risulta essere una traccia sospettosamente cauta, che solo nella seconda metà diviene più energicamente accelerante. “Prima della fine” rimbomba interiormente e affligge con quel violino e piano ‘lontani nel tempo come un ricordo sbiadito che pur rattrista’, con il controcanto degli archi in un adagio addolorato, ancora più stringente sul finire con tamburi battenti. “Dalla finestra” si concentra su piano, violoncello, fiati e archi per raccontare attimi di solitudine amorosa, con risvolto conclusivo aereo e soavemente vivido. “Fine di una storia” si adagia armonioso su note sussurrate del piano, contrappuntate dagli archi e sorrette liricamente dal violoncello solista di Luca Pincini e dal violino solo di Alberto Mina, per indurre una fine del pezzo più che altro imperscrutabile. “Colore del mare” termina l’album con l’ennesimo adagio degli archi mestamente solitari e da effetti synth striduli, frenati dal coro di voci bianche e dal piano cadenzanti.
Il CD della quarta e per adesso ultima stagione trova la sua apertura con il poeticamente liricheggiante e minimale “Innin me šàrra”, affidato al coro di voci bianche, al piano e agli archi pizzicati che ogni tanto deflagrano in picchi esecutivi infuocati, al clarinetto e alla batteria: un lungo brano articolato, definibile come sinfo/coral/pop che stupisce ascolto dopo ascolto per potenza evocativa e strutturale, a dimostrazione che Lentini sa giostrarsi con acume e un senso hollywoodiano cine-musicale, non scadendo mai nella banalità commentativa delle fiction o serial italici tutti (o quasi) omogenei nell’aspetto compositivo. La meravigliosa lunga canzone “Simmo nuje” si mostra come un adagio rap per piano, archi, batteria e synth che Raiz, con la sua vocalità straziata, poetizza intimamente, in un crescendo sempre più struggente. “Ecco la luna” gode di tratti corali-pianistici minimalisti chopiniani iniziali, subito dopo sorretti da archi, batteria, contrabbasso dalle nuance jazzate, con chiusura ligetianamente ancestrale. “Tutto questo finirà” è altra traccia per coro che non semplicemente intona ma canta versi compiuti, dalla seducente bellezza arcaica ed una tensione tremebonda crescente e robusta sempre più allarmante, con chiosa tecno spiazzante: un pezzo che ricorda quegli intimistici, sostenuti, melodrammatici in crescendo di Alberto Iglesias per il sodale Pedro Almodovar. La canzone di Raiz, “Luna chiena”, è una pittura sinfo/tecno/pop/corale melodiosamente tormentata e tormentante, urlante sul finale ad una luna che rischiara ma non rasserena le anime sofferenti dei giovani carcerati. “L’era del mare” fa perno su fiati, archi e piano con una trattenuta armoniosa beatitudine e dolcezza timbrica neoclassica, che scoppia in un moderno crescente sinfonismo dai tratti solo apparentemente sereni, che una chitarra elettrica energica e combattiva distorce, insieme ad effetti synth anni ’80, sul finale, rendendo il tutto più rock. “Terra” è una pagina per il tutti orchestrale che si libra grandiosamente soave nell’aria pregna d’essenza d’amore e appartenenza ad un luogo tanto caro quanto contraddittorio. “Cadenza III” è un austero brano pianistico classico nella forma ma minimalista nella sostanza. “Rosa” si delinea traccia per archi, violoncello in primo piano, batteria, piano, di ineffabile e concitante tragicità, dolcemente invocante come una pregheria che non ha mai fine, colma d’amore e dolore al contempo. “Per sempre” è gioioso e giocosamente leggero nella sua andatura in levare rigogliosamente abbracciante, con un finale corale epico liturgico. “Le quattro stagioni” è traccia sinfo-tecno-pop altalenante e mediterranea nel suo nucleo primario, con un tema portante drammatico e riscattante. “Sincronicità” risuona gentilmente intimista e commovente. “Dobermann”, in cui cantano Raiz ed Enrico Tijani, con special guest Andrea Torresani al basso e Massimo Colagiovanni alla chitarra elettrica, è rap/pop/rock cantilenante e rombante, di facile orecchiabilità e susseguente cantabilità, con alcuni versi in inglese. “Nulla di umano” conclude questa OST con il lungo suono iniziale delle onde che si infrangono sulla spiaggia, spezzato da archi, piano e coro in un andante maestoso epicamente bondiano. Ancora una volta questo bellissimo leitmotiv sottolinea quanto tutto il lavorio svolto da Stefano Lentini per questa serie non suoni per niente nostrano ma, torno a ribadire, hollywoodiano.
