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03 Mag2026

La legge di Lidia Poët 2 & 3

Scritto da Samantha Montesarchio. Pubblicato in TV

cover la legge di lidia poet2Massimiliano Mechelli
La legge di Lidia Poët 2 (2024)
Netflix Music
30 brani – Durata: 43’45”

La seconda stagione de La legge di Lidia Poët, serie TV italiana targata Netflix e Groenlandia, consolida ulteriormente la sua identità di period drama elegante e coerente, capace di fondere ricostruzione storica e sensibilità contemporanea senza mai ridursi a una semplice rievocazione d’epoca. Al centro rimane ancora una volta Lidia, interpretata da una sempre più solida Matilda De Angelis, che continua a costruire un personaggio fatto di lucidità, ostinazione e fragilità trattenuta, perfettamente inserito in un mondo che le è costantemente ostile.

Intorno a lei il cast si conferma ben calibrato, con Pier Luigi Pasino nel ruolo del fratello Enrico, Eduardo Scarpetta nei panni di Jacopo Barberis, Sara Lazzaro e Sinéad Thornhill a dare corpo alla dimensione familiare e affettiva, Dario Aita tra le figure istituzionali e l’ingresso di Gianmarco Saurino nel ruolo del procuratore Fourneau, che introduce una nuova tensione più fredda e strategica nei rapporti con la protagonista. La regia di Matteo Rovere e Letizia Lamartire, insieme al lavoro degli altri registi coinvolti, mantiene un’impostazione fortemente cinematografica, in cui Torino è costruita come uno spazio mentale prima ancora che geografico: una città elegante, ordinata, ma anche rigidamente normativa, che riflette il sistema sociale contro cui Lidia si scontra. La scrittura, firmata da un team che include Guido Iuculano, Davide Orsini, Elisa Dondi, Daniela Gambaro e Paolo Piccirillo, continua a muoversi con equilibrio tra i casi giudiziari e lo sviluppo dei personaggi, senza mai perdere il controllo del ritmo narrativo.
La colonna sonora della serie TV è stata affidata a Massimiliano Mechelli, di cui avevamo già recensito il lavoro fatto sulla prima stagione (leggete qui), a rappresentare uno degli elementi più maturi e stratificati di questa seconda stagione, perché non si limita a sottolineare le immagini ma costruisce un vero e proprio livello narrativo parallelo. La scrittura musicale di Mechelli lavora costantemente su una doppia direzione: da un lato la tensione drammatica legata all’aula di tribunale e al conflitto istituzionale, dall’altro la dimensione interiore di Lidia, che la musica traduce in modo spesso più eloquente delle parole. Nei momenti processuali la partitura si fa più incisiva e fisica, con archi che insistono su cellule ritmiche ripetitive, quasi ossessive, e con crescendi improvvisi che spezzano il silenzio creando un senso di pressione continua, come se la musica stessa partecipasse al giudizio. Non si tratta mai di semplice accompagnamento, ma di una costruzione della tensione che avvolge lo spettatore e lo porta dentro la fragilità del sistema giuridico e delle sue contraddizioni. All’opposto, nelle scene più intime o emotivamente sospese, la colonna sonora si ritrae fino quasi a scomparire, lasciando spazio a un uso molto consapevole del silenzio. Il pianoforte diventa qui lo strumento privilegiato: non melodico in senso tradizionale, ma essenziale, spesso costruito su poche note ripetute o lasciate vibrare nel vuoto. Gli archi si fanno leggeri, quasi trasparenti, e contribuiscono a creare una dimensione emotiva rarefatta, in cui ciò che conta non è l’enfasi ma il non detto. È proprio in questa alternanza tra presenza e assenza che la musica trova la sua forza maggiore, perché non riempie mai completamente lo spazio, ma lo modella. Un aspetto particolarmente interessante del lavoro di Mechelli è la costruzione di un linguaggio sonoro che non si limita a ricreare un’ambientazione storica, ma la “contamina” con sensibilità contemporanee. L’orchestrazione ha infatti una base classica, coerente con l’epoca in cui è ambientata la serie, ma viene costantemente attraversata da elementi moderni, quasi da sound design cinematografico: texture elettroniche sottili, riverberi più ampi del necessario, e una gestione del tempo musicale che spesso si avvicina al linguaggio del thriller psicologico più che al costume drama tradizionale. Questo crea una sensazione molto particolare, quella di un’epoca che non è mai completamente distante, ma che viene percepita attraverso un filtro emotivo moderno. A rendere ancora più riconoscibile la scrittura musicale è il lavoro tematico: esiste infatti un nucleo sonoro legato a Lidia che viene continuamente rielaborato nel corso degli episodi. Ai personaggi maschili, poi, da Jacopo Barberis al fratello Enrico, sono riservati tratti più ironici, rappresentati da chitarre, mandolini, percussioni e contrabbassi, esprimendo così anche la furbizia di Lidia nel condurli verso il proprio gioco. Non è un uso di temi musicali in senso classico, ma una struttura flessibile che cambia identità a seconda del contesto narrativo: può diventare più lirica nei momenti di introspezione, più frammentata quando la protagonista è sotto pressione, oppure quasi impercettibile quando la sua presenza viene messa in discussione dal sistema che la circonda. Questa capacità di trasformazione rende la musica un vero strumento psicologico, che accompagna l’evoluzione del personaggio senza mai cristallizzarla. Anche brani come “Primitivismo” e “Nulla è risolto”, presenti nella score ufficiale, sintetizzano bene questo approccio: da un lato la tensione costruita attraverso la ripetizione e la progressiva stratificazione degli elementi, dall’altro una sensazione costante di sospensione irrisolta, coerente con l’arco narrativo della serie. In questo senso la musica non chiude mai realmente le scene, ma le lascia aperte, come se ogni episodio fosse solo una tappa di un discorso emotivo più ampio. Nel complesso, la seconda stagione funziona proprio perché questi elementi lavorano in piena sinergia: un cast ormai perfettamente assestato, una regia elegante che costruisce un mondo visivo coerente e soprattutto una OST che non si limita a sostenere la narrazione ma la attraversa e la definisce dall’interno, trasformando La legge di Lidia Poët in un racconto storico che parla con una sensibilità profondamente contemporanea.

cover la legge di lidia poet 3Massimiliano Mechelli
La legge di Lidia Poët 3 (2026)
Netflix Music

La terza e ultima stagione de La legge di Lidia Poët chiude la serie con un tono più maturo e compatto rispetto alle precedenti, concentrandosi molto di più sul conflitto tra individuo e sistema giudiziario e riducendo alcune delle parentesi più leggere per dare spazio a una narrazione più serrata e continua. Questa serie, non solo conclude il percorso di Lidia come pioniera del diritto femminile, ma alza anche il livello di tensione emotiva e narrativa. È una stagione più intensa, costruita attorno a un grande caso centrale che mette in crisi sia la protagonista sia le sue relazioni personali. Lidia appare ormai pienamente definita come personaggio: meno “simbolo” e più persona, con tutte le contraddizioni che questo comporta, e proprio questa trasformazione viene accompagnata in modo molto efficace dalla colonna sonora, ancora non presente pubblicamente sui canali ufficiali digitali classici, che diventa uno degli elementi più riconoscibili e strutturanti dell’intera stagione. Dal punto di vista musicale, infatti, si percepisce un lavoro ancora più consapevole rispetto alle stagioni precedenti.
La scrittura sonora, nuovamente affidata al compositore Massimiliano Mechelli, resta fedele all’impianto originario della serie, e crea un equilibrio tra linguaggio orchestrale classico e sensibilità più contemporanea che viene spinto verso una dimensione sempre più emotiva e meno illustrativa. La musica non si limita più a sottolineare le scene, ma spesso le anticipa o le contraddice, creando una tensione interna che riflette perfettamente il percorso della protagonista. Le sonorità legate a Lidia, che nelle stagioni iniziali avevano una funzione più identitaria e quasi “istituzionale”, in questo finale si frammentano e si aprono, diventando meno stabili e più interrogative, come se seguissero il dubbio costante che attraversa le sue scelte. Dal punto di vista tecnico, la score è costruita su un uso molto preciso degli archi, spesso trattati in modo minimale e ripetitivo nelle sequenze giudiziarie per generare pressione e senso di inevitabilità, mentre nei momenti più intimi si lascia spazio a pianoforte e armonie più rarefatte, con un uso importante del silenzio che diventa quasi un elemento musicale autonomo. Interessante è anche il modo in cui la serie lavora sul contrasto tra ambienti sonori: le scene istituzionali tendono a essere più “chiuse” e asciutte, con una musica che richiama rigidità e controllo, mentre gli spazi privati di Lidia sono accompagnati da sonorità più morbide e respirate, creando un continuo gioco di opposti che rafforza il conflitto centrale della storia. Nel complesso, questa ultima stagione riesce a chiudere il cerchio anche grazie alla musica, che non solo accompagna l’evoluzione narrativa di Lidia Poët, ma la amplifica fino a renderla quasi un’esperienza sensoriale: più la protagonista diventa consapevole del proprio ruolo, più la partitura perde certezze e diventa dinamica, instabile, umana. Ed è proprio in questa progressiva “instabilità” che si trova la sua forza più grande, perché riflette un mondo che cambia ma non è ancora pronto ad accettare quel cambiamento. Il finale della serie, anche senza indulgere in soluzioni eccessivamente spettacolari, lascia una traccia emotiva persistente proprio grazie alla musica, che continua a risuonare anche dopo l’ultima scena, quasi a suggerire che la battaglia di Lidia non si esaurisce nella narrazione ma continua oltre, nella memoria dello spettatore. In questo senso, la colonna sonora non chiude davvero la storia: la prolunga, la espande e le dà un’eco che va oltre il tempo della serie, trasformando la conclusione in qualcosa di più profondo di un semplice epilogo, ovvero in una riflessione duratura sul peso della giustizia, della libertà e della parità di genere.

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Daniela Bocconi

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