Reportage dell’opera rock The Witches Seed di Stewart Copeland

Devono dar la colpa a qualcuno – Le streghe son tornate
Reportage dell’opera rock The Witches Seed presso il Teatro degli Arcimboldi di Milano il 31 maggio 2024

Liriche arie sinfoniche dai marcati accenti rock anni ’80 infuocano la platea e la galleria del noto Teatro degli Arcimboldi di Milano che ha visto debuttare la scenografica e immersiva opera rock The Witches Seed. Firmata dall’esuberante polistrumentista statunitense Stewart Copeland (classe 1952), batterista fondatore dei celeberrimi Police, nonché compositore delle ragguardevoli colonne sonore per Rusty il selvaggio (Francis Ford Coppola, 1983), Wall Street (Oliver Stone, 1987), Talk Radio (Oliver Stone, 1988), Highlander II - Il ritorno (Russell Mulcahy, 1991) (a breve intervista video esclusiva su “Soundtrack City”: stay tuned)–, con i brani aggiuntivi della cantautrice Chrissie Hynde dei Pretenders (popolare gruppo musicale pop rock anglo-statunitense formato nel 1978), la nostra trascinante rocker Irene Grandi nel ruolo della protagonista (la strega o presunta tale Isabetta) e la regia ed il libretto del famoso drammaturgo britannico/irlandese Jonathan Moore (autore per la BBC, ha collaborato con compositori arcinoti quali Michael Nyman, Ludovico Einaudi e il qui presente Copeland).


“Devono dar la colpa a qualcuno” è una delle frasi cantate con una certa frequenza all’interno della trama di questa opera rock in lingua inglese, profluvio canoro musicale senza un attimo di pausa performativa in un’ora e trenta di spettacolo, sulla stregoneria nelle valli piemontesi nell’anno del signore 1300 (o giù di lì), ispirato da studi effettuati su documentazioni storiche, soprattutto processuali, degli anni feroci della sanguinaria Inquisizione e dalle leggende delle culture montane del centro Europa, opera musicale voluta e ideata dalla soprano e direttrice artistica Maddalena Calderoni, anch’ella presente nel musical nel ruolo di Manzinetta insieme all’altra soprano Veronica Granatiero che interpreta Nele, trittico di streghe protagoniste con la Grandi.


La frase di cui sopra sta a rappresentare la maledetta Inquisizione che in e per nome di un Dio altresì violento che invero non è mai stato tale, secondo la tradizione religiosa cristiana che ben conosciamo, dava la caccia incontrollata a quelle donne che, con i loro intenti curativi amorevoli e servizievoli per la comunità in cui risiedevano, venivano tacciate di essere delle streghe intente a feste e accoppiamenti baccanali con Satana in persona, quindi mandate alla tortura più cruenta e terribile e infine al rogo; tutto questo celava invero il godimento sadico di perversi prelati appartenenti a quell’Inquisizione che altro non fu che il reale volto mefistofelico del male.


“Devono dar la colpa a qualcuno”, oltre a rappresentare il fulcro dello spettacolo dal finale tarantiniano (nel senso di Bastardi senza gloria o C’era una volta a Hollywood, e non aggiungo altro per non spoilerare troppo) e di un’opera in note, non solo cantate, è la raffigurazione dell’eliminazione ignominiosa e squallida della Donna e del suo assoggettamento non soltanto fisico; al contempo, attraverso una composizione sinfo-lirica-rock-celtica di Copeland che dirige in scena le sue musiche, tra influenze di Richard Wagner (certe solennità leitmotiviche rigide e gravi), dei Clannad (climi irlandesi ultraterreni, sicuramente frutto della collaborazione con Chrissie Hynde), degli Alan Parsons Project (mi è risaltata alla mente, da subito, la score di LadyHawke, ad opera di Andrew Powell con l’intervento produttivo e ingegnerizzato della rock band progressiva britannica degli anni ’70) e del nostro Giuseppe Verdi (ottocentesche cesellature timbriche austere), non obliando, logicamente, il suo di stile (quel rock-pop Ottanta brillante ed espressivo), viene a risaltare il desiderio avverante del vero potere e dell’agognata rivalsa delle Donne che di stregante all’epoca (eppure mantenuto in altri ambiti odiernamente) possedevano un fascino sexy ammaliante per nulla satanico e distruggente il villaggio in cui operavano in totale armonia, prima che giungesse la maschilistica, ignorante e violenta boriosità spadroneggiante dell’uomo in veste (non solo) talare – atrocità che ancora oggi accadono in nome di dio o di qualche credenza religiosa che altro non sono che il volto del potere politico-economico-sociale che rende e soggioga sempre più, non esclusivamente l’universo femminile, che già ignorantemente e superbamente ha di che patire tutt’oggi dopo tutte le rivoluzioni emancipatrici sociali e culturali avvenute che sembrano costantemente cadere nell’oblio –.


Difatti il grande pregio di questo The Witches Seed sta unicamente nella partitura di Copeland che sorregge un’impalcatura di un’ora e mezza senza mai lasciare tregua allo spettatore, con quelle varianti polisemiche sonore perpetuanti, sia enfaticamente o impetuosamente cantate liricamente che in modalità rock bellicosa, sorretta dalle performance notevoli delle tre streghe protagoniste – le possenti soprano Maddalena Calderoni e Veronica Granatiero e la rocker Irene Grandi (anche se in alcune sue interpretazioni la voce risultava smorzata e sottotono invece che tuonante e combattiva come la conosciamo e desideriamo in qualità di cantante rock che ammiriamo da tempo) – e dal bravissimo controtenore Ettore Agati (il crudele e lascivamente godente Inquisitore Buelli); il restante cast sia canoramente che interpretativamente (sulla pronuncia inglese ci sarebbe da discutere con accuratezza ma non è questo il luogo preposto) ha riversato in chi vi scrive quella sensazione di miscasting perenne, per non parlare di una regia totalmente assente e vuota nel dare esaltazione a cotanta messa in scena, di un libretto a dirla tutta abbastanza poco innovativo e a tratti scolastico, di momenti danzanti poco coinvolgenti o probabilmente non risaltati a dovere dalla regia appena descritta, con la sola eccezione delle pittoriche, scultoree e ammalianti video scenografie immersive, seppur in molteplici casi assai statiche e ripetitive, firmate dalla concept&visual artist di fama internazionale Edvige Faini (collaborazioni importanti in ambito hollywoodiano per le pellicole Il pianeta delle scimmie, Pirati dei Caraibi, 300 e Sin City, nonché concept artist per videogames come Assassin’s Creed Unity e Final Fantasy XV).


Se le Streghe son tornate a cantarcela per bene, per dimostrarci che la loro nomea era soltanto una visione maschile luridamente onnipresente, bugiarda e malevola più del male che veniva attribuito falsamente loro, se “Devono dar la colpa a qualcuno” per la non eccellente riuscita di questo The Witches Seed, sicuramente non alle musiche straordinarie di uno Stewart Copeland ottimamente in linea con la storia narrata ed il suo reale significato ad imperitura memoria.

Grazie a Cristina Atzori per la sempre preziosa disponibilità e cortesia.
