Reportage della "7^ Sinfonia “Leningrado”" di Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič

La 7^ Sinfonia “Leningrado” di Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič a Santa Cecilia
“Detesto Toscanini. Ho ascoltato innumerevoli sue registrazioni discografiche. Trovo veramente spaventoso il suo modo primitivo e grossolano di affrontare le grandi partiture musicali che sistematicamente trasforma in polpette che poi ricopre con ripugnante salsa…
Non sopporto i suoi metodi tracotanti e dittatoriali, le urla e gli insulti nei confronti dei professori d’orchestra, che sono costretti ad abbassare la testa, pena il licenziamento. Quando ho ascoltato la registrazione discografica della mia “Settima Sinfonia”, che il Maestro aveva avuto la cortesia di inviarmi, sono rimasto scioccato. Mi è apparso tutto completamente falso nello spirito, nel carattere e nella costruzione dei tempi di ciascun movimento. Una realizzazione orribile, sciatta, superficiale. La stessa cosa vale anche per le sue registrazioni di altre mie sinfonie”.
Così si esprime Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič (1906 – 1975) nelle sue Memorie pubblicate da Salomon Volkov e note in Gran Bretagna anche con il titolo “Testimony” (1).
Šostakóvič, nato San Pietroburgo, è non solo uno dei maggiori compositori russi ma anche il più importante autore sinfonico del ventesimo secolo.
La sua “7^ Sinfonia in do maggiore op. 60” è intitolata alla sua città natale, rinominata Leningrado nel periodo sovietico, ed è ispirata non solo al suo lacerante dramma vissuto nel lungo assedio da parte delle forze naziste dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 ma anche alle vittime di tutte le dittature.
Ancora prima che la sua scrittura fosse compiuta a Kujbyšev negli Urali, dove il compositore e la sua famiglia erano stati evacuati e qui eseguita in prima assoluta il 5 marzo 1942, in molti ambienti artistici occidentali la sinfonia aveva suscitato grandi aspettative e assunto il carattere simbolico di condanna e resistenza al nazifascismo. Negli Stati Uniti, dove la partitura era arrivata in microfilm in modo rocambolesco attraverso Turchia e Egitto, si era venuta a creare una forte competizione fra diversi direttori d’orchestra per poterne dirigere la prima esecuzione. Fra i vari contendenti figuravano artisti quali Sergej Aleksandrovič Kusevickij, Dimitris Mitropoulos, Eugene Ormandy, pseudonimo di Jenő Ormándy-Blau, Artur Rodziński e Leopold Anthony Stokowski ma Toscanini si impose con la sua innata prepotenza e la diresse in data 19 luglio 1942.

Il travaglio interiore che segna la vita del compositore, al tempo stesso amato e premiato, vilipeso e emarginato dal regime sovietico, è riflesso in modo evidente in un suggestivo e articolato universo sonoro. Rappresenta in musica, in modo profondo e coinvolgente, il dramma del destino storico del suo paese e del terrore stalinista. Il suo linguaggio coniuga una dirompente intensità espressiva e carica drammatica con profondi abbandoni meditativi in un’architettura armonica spesso tormentata e dissonante, che a volte non evita accenti epici al limite dell’enfasi celebrativa. E’ percepibile l’influenza di compositori del tardo romanticismo mitteleuropeo quali Mahler e Bruckner come anche di compositori dell’ottocento russo come Musorgskij. Quello di Shostakovich potrebbe essere definito come un modernismo classico, che pur in presenza di costruzioni dissonanti tende a rimanere nell’ambito dell’universo tonale.
Nell’attività compositiva del musicista russo una rilevante importanza ha avuto il grande schermo. Le sue 35 colonne sonore rappresentano un terzo della sua vasta produzione. Maturi esiti artistici ha prodotto la sua collaborazione con il grande regista Grigorj Kozintsev (1905 – 1973) in film quali La Nuova Babilonia (Soyuzfilm, 1929), Sola (Soyuzfilm 1931), Amleto (Lenfilm 1964) e King Lear (Lenfilm 1971). In molte sue composizioni sinfoniche e da camera è evidente l’utilizzo frequente di tecniche di montaggio cinematografico e di elementi narrativi che illustrano una determinata storia con momenti rappresentativi emozionali, a volte estremi, di disperazione e angoscia ma anche di debordante allegria, comunque in un ambito di assoluta concentrazione e stretto rigore.
Considerava la sua “7^ Sinfonia in do maggiore” così come la sua “8^ Sinfonia in do minore” come un Requiem, paragonandole al ciclo di poesie intitolato “Requiem” di Anna Achmatova (1889 – 1966). Una iniziale indicazione programmatica dei singoli movimenti (“La guerra” – “Il ricordo” – “Gli spazi sconfinati della patria” – “La vittoria”) non è stata successivamente inserita nella stesura finale della partitura.
Šostakóvič avrebbe voluto che l’ascoltatore percepisse il messaggio esistenziale, doloroso e drammatico della scrittura piuttosto che il suo aspetto celebrativo e magniloquente con cui spesso in modo isterico veniva accolta sia in patria che in occidente.
I quattro movimenti, “Allegretto”, “Moderato (Poco Allegretto)”, “Adagio” e “Allegro non troppo” sono costruiti sulla forma classica ABA. Il primo movimento in 18 battute presenta un carattere fortemente espressivo e drammatico e raggiunge il suo culmine emotivo con il motivo militaresco che viene ripetuto 12 volte, con piccole variazioni in un dirompente crescendo. Il secondo e terzo movimento, con frequenti soliloqui dei legni, fungono da intermezzo con alternanza di momenti drammatici e figure di raccolta introspezione. Molto suggestivo appare l’apertura del terzo movimento con una straziante implorazione dai forti rimandi mahleriani mentre il finale, con la sua avvolgente eloquenza corale, evoca Bruckner. Il motivo che apre la sinfonia viene ripreso e amplificato nel movimento conclusivo, dedicato alla vittoria sulle forze oscure del male, in una suggestiva e imponente costruzione a simmetria radiale nel suo toccante inno liberatorio e nella invocazione alla pace. Forse la sinfonia “Leningrado” non è il miglior esito artistico-sinfonico del grande compositore russo, gli preferiamo la 8^ e la 13^ sinfonia ma ha sicuramente ricevuto un’accoglienza di pubblico trionfale nell’esecuzione diretta dal maestro russo-osseto Tugan Tajmurazovič Sochiev lo scorso 6 giugno all’Auditorium Parco della Musica per la Stagione 2023 – 2024 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Con il suo gesto chiaro e avvolgente il Maestro Sochiev, in perfetta intesa con un’orchestra in forma smagliante, coglie in modo magistrale l’interiore tensione narrativa e l’inquietudine della partitura, fraseggia con raffinata eloquenza in uno sfolgorante smalto timbrico ed esalta con grande vigore espressivo il tormentato linguaggio del compositore.
Il Maestro evita di cadere in forzature retoriche e compiacimenti estetizzanti mentre esalta la prestazione dei musicisti che rispondono con straordinario fervore e profondità di accenti nella costruzione dello straordinario affresco sonoro.
Gli accenti allucinati del corale finale nell’interpretazione del Maestro Sochiev trasmettono in modo affascinante più un nascosto e toccante senso di invocazione e ringraziamento verso l’alto piuttosto che una sterile celebrazione di regime.
Pubblico in delirio per una serata stellare.
(1) Die Memoiren des Dmitri Schostakowitsch
Herausgegeben von Salomon Volkov, pagg. 91 – 92. List Verlag 2003, Muenchen Zuerich
Grazie a Daniele Battaglia per la sempre generosa cortesia e disponibilità
