45 anni di colonne sonore! - Intervista a Daniele De Gemini della Beat Records Company
45 anni di colonne sonore! - Intervista a Daniele De Gemini della Beat Records Company
Colonne Sonore: Daniele De Gemini, ci può raccontare come è nata la società Beat Records e in che modo ha cominciato a muoversi nell’ambito delle colonne sonore?
Daniele De Gemini: Beat Records è una società nata nella seconda metà degli anni Sessanta - per la precisione era il 1966, ben 45 anni fa! - grazie all’iniziativa di mio padre, Franco De Gemini, e di alcuni soci che come lui lavoravano nell’ambito della musica o del cinema. Era un buon momento per le edizioni discografiche e insieme hanno deciso di imbarcarsi in questa avventura. Il legame con la musica da film è dovuto al fatto che mio padre suonava l’armonica a bocca e, oltre a collaborare con artisti attivi nel mondo della canzone, in numerosissime occasioni è stato chiamato dai compositori di colonne sonore a partecipare come strumentista alle loro registrazioni. Beat Records ha esordito producendo musica pop e colonne sonore: erano i tempi dei 45 giri su cui venivano incise le musiche dei titoli di testa e di coda di un film oppure i pezzi promozionali di un album o ancora le canzoni di un cantante emergente. Volendo dare un’indicazione in percentuale, un buon 50% dell’attività della società dalla sua fondazione ad oggi è imperniato sulle colonne sonore, il resto è dedicato al jazz, alla classica contemporanea, al folk e appunto alla musica leggera. Dunque un ambito molto ampio e diversificato!
CS: Il nome Beat Records ha qualche attinenza con la musica beat?
DDG: Onestamente non saprei dire se il nome sia stato scelto per legarlo ad un genere in particolare. Sta di fatto che ci sono state molte produzioni riguardanti il beat, una musica che in quel periodo spopolava.
CS: Come avveniva la collaborazione tra suo padre e i compositori? Gli veniva normalmente presentato uno spartito da eseguire o gli veniva concessa assoluta libertà di esprimersi?
DDG: Di solito i maestri davano la parte scritta, a volte però lasciavano spazio al suo estro interpretativo che lo portava a rielaborare lo spartito. In questi casi, anziché limitarsi a seguire le istruzioni del musicista, l’esecuzione si caratterizzava per una forte impronta personale. D’altra parte l’armonica, essendo uno strumento solista, esige una certa licenza di interpretazione.
CS: Di che cosa si occupa attualmente suo padre?
DDG: Ultimamente ha delegato alcuni compiti logistici in seno alla società. Partecipa spesso a concerti a tema, specialmente quando si tratta di eseguire la musica dei western all’italiana alla quale ha dato un contributo notevole a partire dalla morriconiana “Trilogia del dollaro”.
CS: Cambiando argomento, come è composto attualmente l’organico della Beat Records?
DDG: Essendo un’etichetta indipendente, l’organico è abbastanza ridotto: le persone che lavorano stabilmente nella società sono cinque. Facciamo però riferimento anche su un discreto numero di collaboratori saltuari.
CS: Per quanto riguarda le colonne sonore, come vengono stesi i piani editoriali? Si redige un programma annuale o si preferisce impostarlo sul breve termine?
DDG: Nel nostro lavoro bisogna innanzitutto fare una distinzione tra il materiale reperibile e quello che è oggetto di ricerca. Noi abbiamo un catalogo di nastri originali pertinenti a colonne sonore vintage moderatamente vasto. Su questo si fa una progettazione normalmente su base annuale o semestrale. A volte, nelle nostre perenni ricerche, capita di imbattersi in musiche che sembravano irrimediabilmente perdute e invece ricompaiono negli archivi o nelle collezioni private. Tali ritrovamenti alterano la pianificazione perché vengono messe in produzione entro tempi brevi e senza troppo preavviso. Ad esempio, se trovassimo i nastri di Diabolik di Ennio Morricone, li stamperemmo al volo perché il pubblico degli appassionati aspetta questo score da tanto tempo e sarebbe insensato dilazionare ulteriormente. Nella fase di ricerca siamo dunque vincolati ai capricci della fortuna: è opportuno lasciare dei vuoti nella programmazione dato che qualcosa di interessante ed imprevisto salta sempre fuori.
CS: Immagino che proprio il momento della ricerca sia uno dei più affascinanti del vostro lavoro.
DDG: Sì, senza dubbio è molto gratificante quando si riesce a trovare qualche nastro originale considerato perduto o distrutto. Consultando archivi privati o rovistando nei magazzini delle sale di registrazione, siamo riusciti a recuperare più di 200 titoli - alcuni dei quali di grande rilevanza artistica - appartenenti al vecchio catalogo della Nazional Music, una casa editrice musicale storica i cui titolari del periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta sfortunatamente non avevano l’abitudine di conservare i nastri delle musiche dopo aver effettuato le sincronizzazioni. Recentemente, in un archivio universitario, abbiamo anche rinvenuto una trentina di splendide colonne sonore del maestro Carlo Savina e più di una è stata pubblicata su CD.
CS: Di che cosa si tiene maggiormente conto nelle scelte dei titoli da rilasciare, dei vostri gusti personali o delle richieste del pubblico?
DDG: Se la musica è eseguita con professionalità e registrata in modo tecnicamente più che accettabile, non si bada ai nostri gusti personali per rispetto nei confronti di quelli del pubblico. Scartiamo le musiche che sono registrate male, deteriorate dal tempo o eseguite con errori. Riceviamo inoltre decine di segnalazioni dagli appassionati che ci hanno più volte spinto in varie direzioni. Altro criterio è quello di favorire le colonne sonore completamente inedite. Le ristampe sono messe sempre in secondo piano rispetto agli inediti e quando vengono effettuate, ci preoccupiamo, se possibile, di arricchirne la tracklist con brani non inclusi nelle precedenti edizioni.
CS: Avete l’abitudine di coinvolgere i musicisti nella realizzazione degli album?
DDG: Sì, ma solo per compiti redazionali inerenti alla stesura delle note di copertina. Chiediamo loro di scrivere un commento, un ricordo personale sulle musiche in questione. Spesso facciamo la stessa cosa con i registi: ad esempio, ci siamo rivolti a Umberto Lenzi quando stavamo stampando le colonne sonore dei suoi polizieschi all’italiana.
CS: Sulla base della sua esperienza nel settore, quali cambiamenti sono intervenuti, in un contesto di crisi generale, nel mercato discografico delle colonne sonore?
DDG: Dagli anni Novanta ad oggi la situazione è cambiata parecchio. A quell’epoca, specie nei primi anni del decennio, era esplosa una vera e propria febbre dalla colonna sonora favorita da canali di distribuzione particolarmente capillari. Successivamente c’è stato un calo di interesse parallelamente al quale si è però verificata un’estensione internazionale della conoscenza della musica da film italiana degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Il merito va attribuito al mercato globale che ha dato la possibilità a tutto il mondo di scoprirla e apprezzarla. Pur non avendo le proporzioni numeriche registrate vent’anni fa, è comunque un fenomeno che inorgoglisce perché stiamo parlando di opere d’arte la cui divulgazione contribuisce a dare ulteriore lustro al patrimonio culturale italiano.
CS: Secondo lei come mai in Italia, a parte alcuni esempi legati a nomi eclatanti, la produzione cinemusicale nazionale è così poco conosciuta?
DDG: In parte ciò è dovuto al fatto che la colonna sonora non è un genere musicale propriamente definibile commerciale; in più c’è stata forse un po’ di pigrizia generalizzata nella divulgazione. Devo però dire che, pur tra mille difficoltà, la situazione negli ultimi tempi sta cambiando molto, nel senso che anche in Italia si sta recuperando una più piena consapevolezza del nostro passato cinemusicale.
CS: Qual è l’età media degli appassionati di musica da film?
DDG: Lo zoccolo duro del pubblico degli appassionati ha un’età compresa tra i 40 e i 60 anni. Ci sono però anche molti giovani (diciamo dai 18 ai 30 anni) che si stanno avvicinando con un certo interesse alle colonne sonore; in particolare sono attratti dal funky dei polizieschi all’italiana, specie quelli composti da Franco Micalizzi. Un importante elemento di visibilità per le OST italiane è stato dato inoltre da alcuni registi americani cha hanno utilizzato a più riprese musiche italiane degli anni Settanta per film contemporanei. Ad esempio, Quentin Tarantino ha sincronizzato nella scena clou del film Grindhouse - A prova di morte con Kurt Russel almeno due minuti di musica tratta da Italia a mano armata di Franco Micalizzi. Si sente che questo è il brano principe della colonna sonora perché è la scena finale, il punto in cui la storia raggiunge l’acme. Allo stesso modo i fratelli Cohen hanno utilizzato composizioni di Teo Usuelli provenienti da Alla ricerca del piacere.
CS: Quali sono i compositori maggiormente rappresentati nel catalogo Beat Records?
DDG: L’autore più rappresentato è sicuramente Francesco De Masi del quale deteniamo parecchie colonne sonore. Comunque il catalogo della Beat Records comprende un po’ tutti i grandi maestri italiani: Ennio Morricone, Carlo Rustichelli, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Riz Ortolani, Luis Bacalov e molti altri.
CS: Beat Records concede in licenza i propri titoli?
DDG: Sì, d’altra parte non sarebbe possibile per noi stampare tutto quello di cui disponiamo. Controlliamo infatti grosso modo una mole di 1500 colonne sonore e una parte del nostro mestiere è anche finalizzata a condividere questo archivio con i colleghi interessati. Sono nate così collaborazioni con l’etichetta abruzzese Digitmovies e, a dimostrazione del dilatarsi dell’interesse per il passato musicale italiano di cui si parlava prima, con le spagnole Quartet Records e Saimel, con la tedesca Chris’ Soundtrack Corner e con alcune label giapponesi.
CS: Quali caratteristiche ha la serie DDJ inaugurata di recente?
DDG: Innanzitutto l’acronimo è legato sia alle iniziali del mio nome sia alla mia seconda professione, cioè quella di Disc Jockey. Ho voluto aprire questa serie collegandola alle due caratteristiche dell’intrattenimento nei locali: da un lato la musica lounge, la musica da cocktail, dall’altro la musica disco e funky. Una produzione su tutte che coniuga eccezionalmente entrambi gli aspetti è Io e Caterina di Piero Piccioni.
CS: Come spiega la a volte notevole discrepanza esistente tra la qualità mediamente bassa dei film di genere italiani dei decenni Sessanta e Settanta e le buone o ottime colonne sonore che li accompagnano?
DDG: Io personalmente mi sono fatto un’idea su questa discrepanza: spesso le produzioni cinematografiche non erano sostenute da budget cospicui e quindi davano luogo ai cosiddetti B-movie, però i compositori e gli esecutori musicali erano gli stessi dei prodotti della cinematografia alta. I maestri mantenevano sempre inalterato il rigore nel loro approccio al lavoro e così nella scelta degli strumentisti, solitamente di eccezionale bravura. Anche quando i ricorrenti problemi di finanziamento imponevano drastiche riduzioni nell’organico orchestrale, ci si poteva avvalere di grandi compositori come Armando Trovajoli o di strumentisti del calibro di Oscar Valdambrini, Franco De Gemini, Alessandro Alessandroni, Edda Dell’Orso. Erano tutti professionisti di prim’ordine abituati a suonare ed esibirsi ad alti livelli.
CS: Attualmente Beat Records produce ancora LP?
DDG: No, abbiamo sospeso per motivi logistici in quanto i 33 giri richiedono un’attenzione specifica nella conservazione e nelle modalità di spedizione. Con l’avvento del CD poi il vinile è entrato in crisi. Considerando però che ultimamente sembra tornato a riscuotere consensi più larghi, non escludiamo a breve una riattivazione della produzione di LP.
CS: Può dirci il suo parere sulle possibilità di sopravvivenza del CD?
DDG: Prevedo una vita ancora abbastanza lunga per il Compact Disc. Dal punto di vista estetico il CD, specialmente nell’ambito delle colonne sonore, è un prodotto che ha una sua eleganza ed è appetibile non solo per il collezionista ma anche per l’amante del cinema non fanatico di un genere specifico. La fisicità dell’oggetto artistico viene ancora apprezzata da un certo tipo di pubblico e ciò è dimostrato dal fatto che l’esperimento del digitale ha conosciuto un mezzo fallimento in questo settore di nicchia. A tal proposito noi prestiamo particolare cura anche all’aspetto grafico: le confezioni dei CD di colonne sonore sono corredate da immagini tratte dalle locandine e dalle foto di scena dei relativi film. Tra l’altro abbiamo in programma un ulteriore miglioramento proprio della veste grafica: le confezioni, tutte in jewel-box, saranno accompagnate da libretti in carta plastificata da 16 o 24 pagine con interviste e commenti raccolti tra addetti ai lavori, musicisti, critici, registi.

CS: Per finire, quali saranno i prossimi prodotti seriali targati Beat Records?
DDG: Stiamo completando la serie Emanuelle Movies con l’uscita di un documentario in DVD sulla musica composta da Nico Fidenco per i vari episodi; stiamo poi preparando un cofanetto monografico su Franco De Gemini con tre CD dedicati ai suoi contributi al western, alla musica da film in generale e alla musica non cinematografica; infine è tuttora in corso la collana che documenta i western di Francesco De Masi. Quest’ultima dovrebbe essere caratterizzata da sette CD: i primi tre sono già usciti, il prossimo, Alla conquista dell’Arkansas, molto probabilmente vedrà la luce verso la fine di ottobre; i rimanenti tre – a differenza di quelli citati che provengono dal nostro catalogo - sono titoli per i quali le licenze sono ancora oggetto di trattative. In merito alle altre novità tieni d’occhio il nostro sito!
