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21 Ott2013

Addio Gianni Ferrio

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Eventi & Ultime Notizie

foto_gianni_ferrio.jpgSe n’è andato con discrezione elegante, in un sobrio silenzio com’era nel suo stile di uomo e d’artista, Gianni Ferrio, compositore, pianista, direttore d’orchestra, arrangiatore, colonna portante nella storia della canzone italiana e autore di oltre un centinaio di partiture cinematografiche. Avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 15 novembre. Vicentino di nascita, Ferrio è stato uno di quegli artisti che si “nascondevano” dietro i successi clamorosi delle sue canzoni: ha scritto per Mina, Ornella Vanoni, Dalida, Teddy Reno, Fred Bongusto, Milva, ha diretto a Sanremo (l’ultima volta nel 2007), era una presenza costante in tv, come altri grandi maestri della cosiddetta “musica leggera” i quali si dimostravano in realtà raffinati strumentatori e sapienti divulgatori: si pensi, per fare solo qualche esempio, a Pino Calvi, Bruno Canfora o Enrico Simonetti.
A Ferrio si devono “hit” come “Piccolissima serenata”, l’arcinota e arciparodiata “Parole, parole” per Mina e Alberto Lupo, “Stanotte come ogni notte”: le sue orchestrazioni sofisticate, malinconiche, intrise di echi impressionisti e sonorità inconsuete, dimostravano un particolare feeling con la voce di Mina, per cui Ferrio scrisse le siderali, sconvolgenti “Ora o mai più”, “Questa cosa chiamata amore” e la straziante “Una donna, una storia”. Al cinema Ferrio si accostò sin dalla fine degli anni ’50, con alcuni film di Totò (Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, Totòtruffa 62) , poi spaziando in tutti i generi popolari del cinema italiano degli anni ’60 e ’70, dall’erotico al western (sua l’hit “Se tu non fossi bella come sei” di Bongusto per Un dollaro bucato di Ferroni, 1965, con il compianto Giuliano Gemma), dal giallo al peplum. Fra i suoi titoli Vivi o preferibilmente morti, I dolci vizi… della casta Susanna, La morte risale a ieri sera, Tony Arzenta, La sculacciata, Classe mista, La liceale seduce i professori, Tex e il signore degli abissi… In questa produzione, spesso francamente trash, Ferrio portava l’ironia e il polistilismo della sua cultura jazz-classico-pop, con orchestrazioni scintillanti e spesso soluzioni timbriche anticonvenzionali. Spiccano, in una filmografia così di (basso) genere, I recuperanti di Ermanno Olmi (1969) e Incontri proibiti di Alberto Sordi (1998), suo ultimo lavoro per il cinema. Era un compositore cosmopolita e un musicista completo, che sul grande schermo avrebbe meritato occasioni migliori: e che ha regalato alla musica italiana un tocco di classe inedito, signorile e intimamente crepuscolare. Un grande artista, che non avrebbe mai ammesso di esserlo.

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