05 Mar2015
Charade
Henry ManciniSciarada (Charade, 1963)
Harkit Records HRKCD 8525
27 brani – Durata: 77’55”

Negli anni Sessanta, il regista e produttore Stanley Donen (classe 1924), genio del musical hollywoodiano e quinta colonna della Metro Goldwyn Mayer, realizzò un dittico di gioielli cinematografici genericamente attribuibili al filone “giallo-spy-rosa”: Sciarada, nel ’63, e tre anni dopo Arabesque. I due film possiedono caratteristiche linguistiche e strutturali comuni: entrambi hanno per protagonista una coppia estremamente “glamour”, Cary Grant e Audrey Hepburn nel primo caso, Gregory Peck e Sophia Loren nel secondo, a ruoli tuttavia rovesciati giacché nel primo lui è il bugiardo per necessità e lei la vittima dell’intrigo, nel secondo il contrario.
Ambedue i film poi avevano come sfondo pittoreschi e movimentati scenari internazionali, un po’ allineandosi alla moda di 007 in quel periodo nascente, e alternavano ritmi di commedia sofisticata a consistenti episodi “noir” (nel primo) e spigliatamente avventurosi (nel secondo).
Non c’è dubbio però che l’elemento di coesione stilistica più forte risieda nelle due partiture che Henry Mancini creò per l’occasione: sfavillanti esempi di quell’inafferrabile, inesauribile polistilismo che è sempre stato tra le sue caratteristiche precipue consentendogli di trascorrere con incredibile disinvoltura da un genere musicale all’altro, dal jazz al barocco, dal genere pianobar al melodismo pucciniano, dalla canzone all’atonalismo spinto, conservando intatto il proprio spirito sofisticato e raffinatamente poliglotta. Se Arabesque, sulla spinta del tema principale orientaleggiante e serpentino, si svilupperà più sul terreno di una mutevolezza irrequieta e ipercolorita, Sciarada sorprende ancora, a mezzo secolo e oltre di distanza, per l’eclettismo dei mezzi chiamati in causa e la stupefacente varietà dei linguaggi utilizzati. Ed è proprio in occasione del cinquantennale del film che la Harkit ha consegnato l’edizione estesa e completa dello score, riprendendo così sul fronte europeo un Intrada di tre anni or sono che a sua volta ristampava, doverosamente ampliato, il cd Rca del ’98 e prima ancora il rispettivo vinile uscito insieme al film. La disamina dei dettagli di questo lavoro è, a distanza di così tanto tempo, ancora sbalorditivamente esemplare: il tema principale dei Main Title ne costituisce la chiave di volta nelle sue varie e diversissime declinazioni (compresa la più nota, quella corale), anche se la prima esposizione, sullo scoppiettante ritmo delle percussioni, resta forse la più catturante e in qualche modo sinistra. Esperto come pochi di musica da intrattenimento, Mancini gioca coi ritmi sudamericani nei due scampoli samba di “Mégève” e “Latin snowfall”, il secondo dei quali sembra alludere alla “Samba di una nota sola” di Jobim, ma immediatamente vira verso ben altri lidi con “Positive identification”, isola totalmente atonale per archi e arpa connotata dal minaccioso brontolio dei bassi, e con “Empty room”, impalpabile, immobile risonanza di vibrafono su cui piano, chitarra e archi offrono una toccante, struggente versione del tema conduttore arricchita da contrappunto armonico cromatico, tipicamente manciniano, di celli e viole. “Bye bye Charlie” è una di quelle pagine che ci pongono prepotentemente dinanzi alla maestria di Mancini nel saper parafrasare epoche e stili musicali lontanissimi con assoluta padronanza mimetica: la scrittura per quartetto d’archi, con gli scambi contrappuntistici fra solisti (cello e violino) rimanda infatti direttamente a modelli schubertiani, esattamente come il compositore farà nel ’69 nei confronti di Mozart con “W.A. Mozart, I love you” per Me, Natalie, senza che una sola nota sia trasposta dall’originale ma garantendo la perfetta sovrapposizione con lo stesso. Non si fa in tempo a riaversi dallo stupore per tanta abilità parafrastica che si è trascinati nel can-can di “Punch and Judy” o nel “Mambo Parisienne”, o ancora nello slow di “Mean cat”, che altro non è se non un’ulteriore, morbidissima variazione sul tema principale. Quel che traspare dalla partitura è l’imprevedibile velocità con cui il compositore sembra voler toccare tutte le koiné musicali a propria disposizione, in un’ansia quasi frenetica di pluralismo stilistico; lo Charade theme diviene così un elemento di comune denominatore a climi molto differenti tra loro, potendo essere coniugato tanto in chiave brillante e mossa quanto, come in “Confide in me”, in un colore più cupo e ambiguo: ma del resto Sciarada, nella sua stessa dialettica narrativa e nell’alternanza continua di climax, si presta bene a questi cambi di passo musicali, tanto da rendere perfettamente congrue e pertinenti le dissonanze gelide, vitree del vibrafono e dei bassi raddoppiati dal pianoforte di “Don’t trust him”, la cui coda a contrasto per fisarmonica, molto “parigina”, è quasi preludio dei successivi ”Bistro” e “Bistro 2” e soprattutto del danzante “Bateau mouche” per bandoneon e violino, altri scampoli di gusto superiore delle capacità manciniane come intrattenitore musicale. E tuttavia si è di nuovo circondati da un sound denso di pericolo e di suspense in “Hook fight” e “Poor dead Herman”, con gli sforzandi e gli accordi ribattuti degli ottoni, in puro mickeymousing, seguiti da un repentino sommovimento degli archi. Mancini, spesso lo si dimentica, è infatti stato anche uno straordinario maestro di “scary music”, solo che si pensi a sue fatiche come Operazione terrore, Gli occhi della notte o Paura. Ancora il tema conduttore, teneramente assaporato dalla celesta, in “Fatherly talk” e poi in apertura di “Notre Dame and Drip-dry waltz”, deliziosamente strumentato fra tremoli di archi e tintinnii di celesta su un ritmo di valzer interrotto, sfocia in una versione da luna-park piuttosto inquietante all’interno di “Carousel medley”, sorta di antologia di source music di cui un quindicennio dopo deve essersi ricordato John Williams in The Fury… Gli accordi “morti”, secchi e ripetuti di “Stamps” sulle quinte parallele degli ottoni, sul tremolo degli archi e gli accenti della percussione, ci conducono verso l’epilogo, delegando alla percussione – comprensiva di note gravi del piano – e ad una progressione atonale degli archi l’inseguimento di “Metro Chase”, insidiato da ottoni con sordina; ne è il naturale prosieguo il clima sospeso e incalzante di “Son of Metro Chase” e “Game over”, dove il lavoro degli ottoni spicca ancora maggiormente per rilievo drammatico e scabro ma aggressivo dinamismo. L’ultima, sublime variazione dello Charade theme è proposta in “True identity and finale”, su un valzer lento e soffice che approda ad una conclusione squillante.
C‘è da aggiungere che è abbastanza sorprendente come, a oltre novant’anni dalla nascita e venti dalla scomparsa, la figura di Henry Mancini sia ancora troppo spesso sbrigativamente etichettata sotto il genere “easy listening”: quel che a noi appare oggi in tutta la sua compiutezza è invece il profilo di un compositore che sapeva coniugare Glenn Miller e il Settecento viennese, il jazz e Debussy, il più schietto decorativismo musicale e le angosce ciaikovskiane, il pop e Schönberg. Fedele a se stesso e insieme camaleontico, ma dal tocco che negli anni è rimasto inconfondibile e commovente.
