27 Feb2014
12 Years a Slave
Hans Zimmer/AA.VV.
12 anni schiavo (12 years a slave, 2013)
Columbia Records 88843 00857 2
14 canzoni + 2 brani di commento– Durata: 42’24”
Legend stesso si produce in “Roll Jordan Roll”, pagina di straordinaria intensità riproposta anche in una versione all-cast che include il protagonista del film Chiwetel Eijofor, oltre che – insieme all’inglese Fink, al secolo Fin Greenall – in “Move”, mentre Tim Fain, violinista caro a Philip Glass, suona in “Devil’s dream”, “Money Musk” e – in coppia con la violoncellista Caitlin Sullivan – nel “Yarney’s waltz”; l’americano Chris Cornell, già Soundgarden e Audioslave, duetta con la meravigliosa voce di Joy Williams in “Misery chain” mentre il chitarrista Gary Clark jr. firma “Freight train” che, insieme al sempre suo “(In the evening) when the sun goes down” e a “Queen of the Field (Patsey’s song)” di Alicia Keys, è uno dei tre brani dell’album non ascoltabili nel film. Gli Alabama Shakes, gruppo di Athens che ha come front leader la cantante Brittany Howard, offrono una dolente interpretazione di “Driva Man”, celeberrimo pezzo jazz antiapartheid e antischiavista degli anni ’60 al pari di “My Lord Sunshine (Sunrise)” proposto da David Huighes & Roosevelt Credit. La cantautrice afro-british Laura Myula offre “Little Girl Blue” e Cody ChesnuTT “What does freedom mean (To a free man”). Del tutto chiaro, fin dai titoli oltre che dal profilo degli artisti, il forte intento di trasportare l’ascoltatore in un’epoca buia nella quale ogni diritto umano era calpestato, e nel contempo di fargli rivivere l’insopprimibile ansia di emancipazione e di recupero della dignità umana.
I due unici, e molto brevi, brani orchestrali del candidato all’Oscar Hans Zimmer, “Washington” e “Solomon”, non rendono – va da sé – giustizia al complesso della partitura, che è una delle più attente e distillate nella produzione recente del compositore tedesco. Del resto lo score offre abbondante materiale per un probabile album aggiuntivo che sicuramente vedrà la luce a breve, stante anche la presenza già certificata, anche se non ancora commercialmente disponibile, dei relativi cuts. Si tratta di uno score dai colori cupi, scuri e sofferti come l’esistenza del protagonista, fondato prevalentemente su un semplice tema evocativo e sognante in “mi-sol-si-sol bemolle”, concepito come memoria sperduta, che oscilla tra violini flautandi nel registro acuto (“Solomon Northup”, “Saratoga flashback”) pianoforte e quartetto d’archi (“Eliza flashback”) e grevi, rombanti bassi, come una specie di segnale di predestinazione (“Solomon in chains”). Compaiono fonti sonore elettroniche (“Preparing for travel”) che contribuiscono a rendere ancora più atroce e aliena la sorte di Solomon e dei suoi compagni di oppressione, ma la partitura risulta sostanzialmente acustica, a volte basata anche su elementi puramente fonetici come un battito di mani in “River getting claps”, un rullo di percussioni tribali in “Boat trip to New Orleans”, o elementari colpi di legno su legno in “Escape sequence”. “Devasted crops” dilata il tema conduttore in suoni celestiali, si direbbe ultraterreni, mentre il suono si fa quasi immateriale, siderale in “Plantation Life Part A e B”. Appare alquanto curiosa la tecnica strumentale qui adottata da Zimmer, che impiega gli archi (completamente assenti dallo score gli strumenti a fiato) quasi sempre in flautando, senza vibrazioni, ottenendo così il sentimento di una immobilità coatta, e allo stesso tempo di una fortissima tensione interna. Ecco allora che “Soap” vibra di un volume di suono quasi fisico, viscerale mentre “Nothing to forgive” si dispiega in un cantabile accorato, che lascia fluire l’ispirazione più dolorosa e lirica del compositore.
In buona sostanza, e dopo qualche partitura davvero da mediocre routinier, una fatica che riporta Zimmer alla propria vocazione e ispirazione più elevate, fra voglia di sperimentazione e fortissima capacità di immedesimazione.
