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10 Mar2014

The Hole & Byzantium

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

Javier Navarrete
The Hole (Id., 2009)
La-La Land Records LLLCD 1247  - Edizione limitata 3000 copie
15 brani – Durata: 57’18”



Javier Navarrete
Byzantium (Id., 2012)
Silva Screen Records SILCD1432  
27 brani – Durata: 64’38”



Insieme al più giovane e irrequieto Roque Baños, Javier Navarrete è forse il più internazionale e cosmopolita tra i compositori cinematografici usciti negli ultimi anni dalla scuola nazionale spagnola: complici il gusto sottile e raffinato per un’orchestrazione tradizionale e lussureggiante, una predilezione – in questo condivisa con molti colleghi – per l’horror-thriller (memorabili i suoi score per il cinema di Guillermo Del Toro) e una perizia di strumentatore che sembra rifarsi ai grandi modelli hollywoodiani degli anni ’60-’70, Goldsmith in primis.

E non si cita qui a caso il grande maestro scomparso dieci anni fa perché è proprio a lui nella collaborazione con Joe Dante che Navarrete succede in quel fulminante esempio di horror allo stato primigenio, quasi didattico, che è The Hole: così come nel caso di un altro horror, ma di concezione più elegantemente estetizzante, quale Byzantium di Neil Jordan, il musicista spagnolo prende il posto che nel sodalizio con il regista irlandese era stato dell’apocalittico, fiammeggiante Elliot Goldenthal.
Formalmente si tratta di due horror, ma radicalmente diversi fra loro. Il film di Dante è una specie di reductio ad unum del genere, una sorta di declinazione paradigmatica del “cinema di paura” attraverso elementi primigeni, elementari e fondativi: il tutto per arrivare a ragionare laicamente sulla paura che è in noi, e che crea, materializza i propri oggetti secondo inesorabili meccanismi del subconscio. Una botola senza fondo in cantina, un pupazzo ghignante che prende vita, l’Uomo Nero che Vien Di Notte, una misteriosa Bambina senza volto,  ecc….
Questa massima semplificazione delle principali coordinate narrative trova una rispondenza puntuale nella partitura del compositore aragonese: che da un lato si propone come antologia di horror music allo stato puro, con tutto il bagaglio e le soluzioni tecniche del caso, e dall’altro lavora finemente su questi elementi dall’interno, elaborandone le potenzialità variative o declinandoli come forme espressive indipendenti, attraverso una strumentazione estremamente attenta e diversificata. Convivono inoltre, nella partitura, un lato oscuro, magmatico, strisciante, fatto di tappeti di archi minacciosi, glissandi, agglomerati informi e bassi ringhianti, ed un aspetto lirico, sereno, domestico: ben espressi, entrambi, ad esempio in “We can make it work”, con quel tema limpido, innocente degli archi che viene poi ripreso dal pianoforte; a contrasto, un brevissimo disegno di tre note (pizzicati e celli in tremolo) alza subito la soglia d’allarme in “Maybe a treasure”, mentre una solare, agile variazione sul primo tema si fa strada nello staccato degli archi e nel clarino in “Julie feels it”, che però scivola ben presto nel territorio oscuro dei contrabbassi e dei celli. Questa alternanza si ripropone in “Walking the town”, dove il primo tema è adagiato negli archi, ma nella cui seconda parte compare la seconda, forte idea tematica: un disegno molto elementare basato su un intervallo di ottava con discesa di un semitono, sol-sol-sol bemolle, che enunciato da una voce sopranile preannuncia un’inquietudine soprannaturale ad un tempo pacata e agghiacciante. Idea che riascoltiamo, anche spostata in altezza, in “It’s still down there somewhere”, nei violini primi accompagnati da gelidi e malevoli arabeschi dissonanti, e da un incessante lavorìo sotterraneo di sonorità aliene. Quasi una fucina strumentale che prepara le proprie oscure pozioni sonore laggiù, in fondo a quel buco, contrastando (“The little girl”) l’ostinata tranquillità del tema principale: qui un’irruzione forte di ottoni costituisce ulteriore elemento di spiazzamento, ove si consideri che raramente lo score supera il livello del mezzoforte. In tal senso va anche segnalata la perfetta masterizzazione dell’album, ad opera di Doug Schwartz, accompagnato tra l’altro da  un booklet con note dello stesso compositore, del regista e del montatore Marshall Harvey.
Altro materiale leitmotivico si dipana con quieta intensità: un disegno discendente, poco rassicurante, mi-sol diesis-sol naturale-mi, su quartine di arpa in “Creepy Carl”, e un soave distillato pianistico sul tappeto sommesso di archi in “Not every man is your father”, che però prosegue su sinistri flautandi dei violini e violenti strappi di percussione e bassi. Staffilate di archi alla Psyco, un pianoforte quasi percosso annunciano “Lucas’ pool scare” e il tema cromatico che definiremmo “della paura” mentre le acque si agitano decisamente in “The sketch book”. Torna il tema per ottave, strettamente associato alla botola, quasi un’evocazione paranormale più allucinante che mai anche grazie al parallelo, sopraffino trattamento degli archi in sottofondo, in “You let me die”, che poi si movimenta in un agitato degli stessi archi contrappuntato da accenti degli ottoni, per essere in seguito riesposto e sviluppato evocativamente ed insistentemente dai violini sul rullo fosco dei timpani e accordi degli ottoni, con un effetto drammatico lancinante. Lievi glissandi e stridori degli archi, ottoni in sordina riverberati, un disegno rapido dei violini su un ritmo scandito di marcia, una stringente progressione dinamica e ritmica su accordi secchi e violenti caratterizzano l’assalto del pupazzo-giullare in “The Jester is back”, dove il trattamento degli archi assume connotazioni dichiaratamente d’avanguardia e si conclude con un’esposizione del tema “della paura”. Gli archi in libera uscita dilagano in “It bring your fears to life”, su cui si abbattono prima come un maglio il tema della paura enunciato da tromboni e corni, poi accordi ribattuti di pianoforte, bassi e percussioni. Un concentrato di horror music, anche nel palese sfruttamento di stereotipi noti, è “I’m not like you”, che abbandona i temi sin qui esposti per un andamento frenetico, ostinato degli archi sul ruggito degli ottoni, in violazione aperta – ma è un tratto distintivo della partitura – di qualunque regola tonale. Pur senza essere un compositore radicale, infatti, Navarrete è solleticato dalle conquiste dell’avanguardia e della musica contemporanea, non diversamente da molti suoi colleghi compatrioti. Ciononostante è la risultante conflittuale fra i due elementi, quello moderno e quello più melodico, ad apparire il suo obiettivo privilegiato: come dimostra il canto denso e cupo del violoncello solo in “It’s just a hole”, circondato, quasi soffocato dalle dissonanze massive e incombenti degli archi; archi ai quali viene affidata in coda la conclusione pacificatrice, rievocando il primo tema udito, con un’esposizione liederistica che termina fra luci ed ombre su un affermativo mi maggiore. Lasciando però il congedo ad un fischio solitario e d’incerta provenienza…
Diversamente dall’horror “allo stato zero” di Dante, Byzantium è un sontuoso, elegante e barocco melodramma vampiresco dalle connotazioni stilistiche sfarzose e a tratti ridondanti. Per di più qui il soundtrack è cosparso anche di interventi esterni, da canzoni inglesi tradizionali a brani di Schubert e Beethoven. Qui l’impegno di Navarrete appare di natura totalmente diversa, a tratti più laboratoriale e sperimentale, ma anche più generico e non sempre facilmente individuabile o definibile. I “Main titles” ad esempio sono un magma rumoristico inestricabile e invariato, mentre “Secrets” introduce una tenue melodia pianistica per affogarla poi subito nel medesimo impasto di suono elettronico e “ambient”. È un territorio piuttosto inusuale per il compositore, che come dicevamo all’inizio solitamente predilige la scrittura orchestrale; in questo caso invece prevale una “tecnica mista” spesso difficile da interpretare o da dipanare.
Ancora un pianoforte in lotta per la sopravvivenza è il protagonista di “Hotel Byzantium” mentre “Eleanor’s dream” introduce un dato curioso facendo riprendere sempre al piano le prime note dell’Adagio dalla Sonata in do maggiore op.2 n. 3 di Beethoven precedentemente eseguita dal pianista Simon Chamberlain. Un ”prestito” decisamente singolare, citazionistico, quantunque appena accennato prima di un nuovo sprofondamento nel paesaggio sonoro d’atmosfera “dark” e aliena. Un corale femminile si alza nitido e siderale in “Steal something from her”, perennemente contrastato da effetti fruscianti e gracchianti: a conferma che l’impostazione adottata da Navarrete è qui più che quella di un horror quella di un sci-fi movie ipertecnologico e antinaturalistico. Una pulsazione profonda delle percussioni accompagna uno stridulo violino solo nel finale del brano succitato, mentre di nuovo Beethoven è prelevato dal suo contesto in “Mother”, con un’orchestrazione che però lo restituisce in forma di concerto per pianoforte e orchestra; ritroviamo il Navarrete a noi più familiare, severamente concentrato e dolente, nell’adagio per archi di “Whore”, al cui interno però confluiscono – quasi in un intento antologico - ancora la sonata beethoveniana, un arioso tema in ¾ degli archi, e il tradizionale, dolcissimo corale “Coventry Carol” anch’esso proposto in precedenza come brano autonomo, con una coda ripresa dai celli. Si comincia dunque a delineare una dicotomia precisa nella partitura: da una parte i suoni d’ambiente, quasi allo stato di rumore puro (“Thirst”, “You came from me”), dall’altro un tematismo che prende spunto dai brani interni, in primis appunto la sonata beethoveniana (“At school”), sottoposta a luminose trascritture e variazioni. Un’impostazione decisamente spiazzante dal punto di vista dell’ascolto ma sicuramente efficace sul piano drammaturgico richiesto dal film, anche se il ruolo degli elementi prelevati dall’esterno assume una preponderanza destinata a mettere un po’ in ombra il contributo originale del compositore. “My mother was dying” riprende l’andamento mesto e solenne degli archi di “Whore” sviluppando una pagina di densa, toccante intensità, immersa nell’atmosfera del tardo classicismo viennese. Se “Ancient knowledge” torna al brontolìo sotterraneo dei bassi, la mescolanza di coro maschile con celli e bassi di “An empty island” crea un’atmosfera sinistra e immanente, ribadita in “As darkness fell” dal tormentato percorso dei violoncelli sempre sovrastati dal rombo indistinto dei synt. Un drammaticissimo arpeggio dei violini sbalza in “My mother daw her chance” mentre una specie di brezza gelida, accentuata dal suono statico, morto degli archi spira in “Birthday gift” . L’esplosione corale di “Clara immortal” precede un lamento del violino solo raddoppiato dai celli e bassi poi lentamente spento nell’arroventato magma circostante; ondate addirittura “heavy metal” si fanno strada in “Love dark” e “Blade from Byzantium”, quest’ultima pagina corrusca e a suo modo spettacolare, anche se davvero inconsueta e “spuria”. Lo stesso, conclusivo “Always” vibra di suoni compositi, attinti ad un sound di altri mondi, decrittabili solo nel contesto di un approccio onnicomprensivo delle numerosi fonti cui Navarrete sembra aver attinto.
Non pare, a dire il vero, questa la vena più consona al suo stile né alla sua formazione, e questo al netto dell’indiscutibile abilità tecnica; mentre The Hole ci avvicina in misura sicuramente maggiore al compositore che ben conosciamo e che sa esplorare come pochi altri, con chiarezza e intuito, i lati più in ombra del fantastico musicale.

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Daniela Bocconi

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