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11 Mar2014

Red 2

Scritto da Enrico Schleifer. Pubblicato in Cinema

cover_red2.jpgAlan Silvestri
Red 2 (Id. - 2013)
La-La Land Records LLLCD 1264
25 brani – durata: 59’ 15’’



Per il film che vede il ritorno delle grandi star del primo capitolo di Red (Bruce Willis, John Malkovich, Helen Mirren) accanto ad alcuni personaggi interpretati da attori egualmente famosi (Catherine Zeta-Jones, Anthony Hopkins) il compositore Alan Silvestri  ha creato una colonna sonora che ci fa viaggiare in maniera insolita. La magia del compositore di Forrest Gump e della trilogia di Ritorno al Futuro (per citare solo alcuni dei suoi successi) avviene questa volta utilizzando due carateristiche particolari che si ripetono in quasi ogni traccia della OST: uno stile orientaleggiante  e l’utilizzo delle percussioni.
La sonorità orientale contribuisce a creare un clima esotico e incantato, in quanto parte del film si svolge in Russia; in quasi ogni traccia, infatti, chitarre acustiche, sitar (o meglio sarebbe parlare dei loro corrispettivi campionati, oramai) e anche  synth e chitarre distorte aggiungeranno al tessuto musicale questa sonorità citata, intensa ma mai troppo eccentrica.
Dal punto di vista timbrico, invece, troviamo le percussioni come impronta tipica, una sezione di strumenti solitamente abbastanza ignorata dai compositori di colonne sonore. Per accompagnare il viaggio dei protagonisti che dagli States si vedono costretti a spostarsi verso l’Europa e in particolare in Francia, Inghilterra e Russia, sono le percussioni stavolta che, nei loro mutamenti timbrici e ritmici, sostengono e commentano le immagini per tutta la durata del film.
Ed è in particolare la varietà di suoni che Silvestri utilizza che ci lascia senza fiato. Così, ad esempio, vediamo nella traccia 3 (“Speaking of Sarah”) l’utilizzo di campane in un brano che altrimenti potrebbe sembrare una tipica melodia da scena d’azione composta con strumenti elettronici. Nel pezzo 8 (“Han Plane Gone”), poi, a questo gioco di percussioni si accompagna dapprima un pizzicato di archi che si evolve poi in un suono di chitarra distorta. Un crescendo che ben si accompagna con l’incalzante tempo generato dalla ritmica sincopata dei tamburi. Lo stesso timbro di impronta mista occidentale e orientale viene trattato anche nella traccia 9 (“To Paris”) dove in un brano orchestrale viene inserito un gioco tra archi e chitarra occidentale alternato con strumenti orientali (o suonati alla maniera orientale). I brani 14, 15 e 16 (“To Moscow”,” Hole in The Wall”, “Sarah The Guard”) sono i centrali dell’opera e proprio in questi, di fatto, il compositore fa particolare uso di varie percussioni come a sottolineare l’impronta fortemente ritmata che vuole dare al film: nella traccia 14 le percussioni aprono da sole il brano, poi raggiunte da un pattern di suoni synth il cui cilclico ritorno accompagna la struttura ritmica delle percussioni in una danza vorticosa a cui d’improvviso si aggiunge una campana tubulare suonata come se fosse uno strumento solistico in un concerto appositamente creato. Nel brano 15, altamente orchestrale, archi e corni si alternano in una tessitura quasi romantica, finchè fa capolino verso la fine un gioco di percussioni varie principalmente occidentali che sembrano emergere dal nulla come evocate automaticamente dal clima generato dagli strumenti. La traccia 16 è decisamente un trionfo di percussioni esotiche: marimba e congas aprono il brano giocando poi con un più occidentale glockenspiel, una sorta di xilofono, in un coinvolgente intreccio di ritmi e timbri che crea un intreccio cosi intenso e completo da non stupirsi poi di sentirlo evolversi in una tessitura orchestrale e con un romantico piano solo. Nei brani 19 e 20 (“Hangar Fight”, “Entering The Embassy”), invece, le percussioni si accompagnano a strumenti elettronici che creano una differente tessitura la quale, però, non stona con le percussioni, essendo queste così versatili (come ci pare voler insegnare Alan Silvestri) da poter indossare qualunque abito musicale.
Il  brano 23 (“Dasvidaniya”) viene aperto e chiuso dalle percussioni: si inizia con dei regali timpani che aprono trionfalmente una composizione orchestrale tra le più classiche dell’intera raccolta alla quale però si aggiunge, sul finale, un glockenspiel che qui viene suonato in maniera buffa e beffarda come per caratterizzare in modo ironico i maestosi timpani ascoltati all’inizio.
Altre due scene usano percussioni differenti, e forse molto più canoniche in brani di stile assolutamente inaspettato se confrontato con tutti gli altri, ci sono infatti due bei blues (tracce 6 “Marvin at Work” e 12 “Dressed to Kill”) dove uno splendido organo Hammond, una chitarra e una piccola batteria formata da poco più che rullanti e grancassa scandiscono un ritmo tipico del blues anni ’60 (con una sporcatura funky nel caso del brano 12) e ci dimostrano che anche quelle, pur essendo forse ormai abituati ad ignorarle nei nostri ascolti, sono percussioni che sanno far la differenza in un contesto simile.
In generale, un insieme di brani dove le sonorità balcanico-orientali, così affascinati ed esotiche, si combinano con un sapiente ed innovativo gioco ritmico di percussioni tanto diverse tra loro per creare con davvero pochi timbri differenti ambientazioni cosi tipiche e caratteristiche.

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Daniela Bocconi

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