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26 Mar2014

First Love

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_first_love.jpgJohn Barry
First Love (Inedito, 1977)
La-La Land Records LLLCD 1243  - Edizione limitata 2000 copie
16 brani + 6 bonus tracks – durata: 57’40”



Negli anni Settanta la stella di John Barry splende più che mai nel firmamento della musica cinematografica. Se la serie di 007 si sta avviando al termine dopo aver prodotto le maggiori partiture, il compositore inglese è immerso in una produzione spettacolare e dalle ampie dimensioni, con film come il kolossal King Kong (1976) di John Guillermin, e lo struggente, crepuscolare Robin e Marian (id.) di Richard Lester. Stanno inoltre per dischiudersi le porte degli anni Ottanta, che porteranno capolavori come Brivido caldo, Until September, Hammett e l’Oscar per La mia Africa, summa poetica, dal respiro sconfinato, bruckneriano, del musicista.
Da tale punto di vista, il lavoro per questo piccolo melò giovanilista, osé e ultraromantico diretto dall’attrice e regista bostoniana Joan Darling (nomen omen…), rappresenta una specie di mosca bianca. Come ci spiega nelle note di copertina Jeff Bond (altro nomen omen…), Barry fu assunto dopo che la produzione intendeva in un primo momento ricorrere a canzoni di repertorio (nel soundtrack figurano anche Cat Stevens e Paul Williams, Sibelius e canzoni popolari siciliane), e alla fine rimase talmente insoddisfatto dell’utilizzo delle sue musiche da richiedere di togliere il proprio nome dai credits: in buona sostanza siamo dinanzi ad un prodotto senza dubbio “minore” e per lo più dimenticato, il che – per chi ami e voglia scoprire gli aspetti meno noti della produzione barryana – rende ancor più meritoria la pubblicazione dell’instancabile e inesauribile La-La Land, arricchita da alcuni tracks di versioni revisionate o rimosse, e di source music, come ad esempio il Quintetto per archi n.5 K 593 in re maggiore di Mozart.
La risultante è uno strano soundtrack, aggraziato e vagamente ironico, carezzevolmente vintage e intimista, che difficilmente ascriveremmo alla produzione maggiore del compositore scomparso tre anni fa, ma che nondimeno testimonia la sua vocazione ad una “sensiblerie” ammiccante e anticonvenzionale. L’esordio dei Main Title ad esempio non ci mette dinanzi ad un tipico tema barryano di ampio respiro e di fluente romanticismo, ma ad un mesto tema dei celli sostenuto dal suono obsoleto ed evocativo del clavicembalo e da un curioso, spaesante effetto di “fischio” synt che dà quasi la sensazione di un permanente stato di mancamento. Barry è un musicista che non ha mai dimenticato, nemmeno nella parte ultima della sua carriera, le proprie radici pop, originate nella swinging London, e il milieu giovanile e spregiudicato del film lo sollecita quindi a deviazioni jazz-blues come “Elgin’s room” o “The Hallway”, pagine di source music scoppiettanti e improvvisative, ma c’è da dire che la trappola di uno stucchevole sentimentalismo è costantemente scansata attraverso l’alleggerimento timbrico e la trasparenza dei percorsi melodici: come il flauto e clavicembalo dialoganti discreti in “Dante’s theme” e soprattutto in “The big love scene”, lunga pagina di estremo pudore stilistico spartito tra archi, clavicembalo e legni, dove il senso di intimità è trasmesso attraverso un gioco di chiaroscuri e di mezzetinte, sospensioni e attese, enunciazioni sommesse e fraseggi timorosi. Se “The first time” è più accorato e patetico, in altre circostanze Barry sembra quasi attenersi alle regole del mickeymousing, come nello scherzoso “Two on a bike”, con un movimentato e scattante raddoppio violini-xilofono, o nell’autoironico, marzialeggiante “Soccer game”, scandito fra tamburi e piatti, ma sempre con la spinetta ad occhieggiare sullo sfondo. “Caroline’s note”, disteso e colloquiale, ci riconduce alla vena melodica quieta e ondulante tipica del compositore, e “Model house” a quella più interrogativa e pensosa, al pari di “Shelley waits”, dove il timbro ormai familiare del clavicembalo diviene una sorta di basso continuo. Il meraviglioso oboe lirico che apre “Wait till it happens/I’m Shelley” riporta lo score verso i territori più familiari al compositore, quelli di un lirismo orizzontale, mesto, meditativo, intessuto di brevi frasi ripetute negli archi e lasciate defluire verso il registro alto in “Interchange/Night intruder”, con un penetrante cantabile dei violini. Ci si accorge qui come l’iniziale, un po’ divertito disincanto della partitura lasci gradatamente il passo a un sentimento più drammatico e conflittuale, a toni più cupi e ad un tematismo più raccolto e severo: l’adagio per archi e cembalo di “The train” ne sembra in qualche modo l’epitaffio, insieme agli End credits, che offrono il tema principale in una veste sorridente e rassegnata.
Ben sei bonus track (tre di source music: oltre al già citato Mozart, un brano per chitarra e uno per piano) ci dicono che in realtà Barry aveva lavorato molto di cesello sulla partitura, e spiegano anche meglio il suo scontento dinanzi all’utilizzo finale della stessa nel film: la versione revisionata dei Main title sembra così scorrere più fluida rispetto alla prima (tra l’altro scompare qui la presenza del fischio), animandosi nella seconda sezione del materiale di “Two on a bike”. Ma è in particolare la “original version” di “The big love scene” a svelarsi più compiutamente nei suoi preziosismi timbrici, anche grazie ad una dilatazione dei tempi: e tra l’altro, ecco riapparire nel dialogo flauto-clavicembalo quel suono insistito, spiazzante e “straniero” al synt, segnale di un deliquio quasi fisico, mentre gli archi sostengono l’intera pagina dal basso e si allargano poi in un fraseggio lento e insinuante, pigramente modulato e arrotondato, così come la breve ma franca e appassionata riproposizione degli End title.
Dunque, editorialmente è l’occasione per ascoltare compiutamente una partitura che è stata ad un passo dall’essere “rejected” – per volontà stessa dell’autore – dal film, mentre musicalmente assaporiamo, quantunque in un’occasione “minore”, il tocco di un musicista che come nessun altro sapeva raccontare in suoni gli stati d’animo trasmettendoci, fra le note, il lieve sorriso del disincanto.

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Daniela Bocconi

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