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19 Feb2015

Mister Moses & The Betsy

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

John Barry
Il filibustiere della Costa d’Oro (Mister Moses, 1965)
Prometheus Records XPCD 176
13 brani – Durata: 41’12”



John Barry
Betsy (The Betsy, 1978)
Prometheus Records XPD 177  
15 brani – Durata: 46’28”



A quattro anni dalla sua scomparsa, la figura di John Barry continua a rivelare lati poco o per nulla esplorati dalla discografia, soprattutto per quanto attiene a quella filmografia “minore” cui il musicista – in particolare fra gli anni Sessanta e Settanta – prestò volentieri la propria opera. Questo rende ancora più benvenuta la doppia operazione editoriale con cui la Prometheus di James Fitzpatrick pesca due partiture-simbolo dei decenni citati (epoca nella quale Barry era super impegnato con la saga di 007) e, commissionandone l’esecuzione alla City of Prague Philharmonic sotto la guida di Nic Raine (già orchestratore e assistente di Barry), sforna due prime registrazioni integrali assolute, corredate dalle analitiche note di copertina di Frank DeWald, che impreziosiscono la discografia del maestro permettendoci di  apprezzarne ulteriormente lo straordinario eclettismo e la vena creativa inesauribile.

Mister Moses, bizzarro film d’avventura  diretto da Ronald Neame su un truffatore yankee (Robert Mitchum) che guida un esodo di tribù africane sfrattate dalla costruzione di una diga, può considerarsi parte di una ideale “trilogia africana” che per il compositore incluse anche Zulu (1964) e il successivo, celeberrimo Nata libera (1967), dimostrando così un’attenzione del musicista ai suoni di quel continente che, completamente trasfigurata e sublimata, trionferà un ventennio più tardi con il premio Oscar di La mia Africa. Ma se quest’ultima partitura non avrà ormai più nulla a che fare con il suono “nativo” ispirato dall’ambientazione, il precedente trittico trasuda invece di ritmi, timbri e modalità armoniche caratteristiche della musica indigena, e in particolare Mister Moses, il cui score è stato da Raine faticosamente ricostruito a partire da una vecchia suite incisa un quindicennio fa per la Silva Screen, vibra di un’energia motoria e di un descrittivismo strumentale incredibilmente vivaci e di immediata freschezza. Tamburi e ottoni esplodono ad esempio negli “Opening title” d’esordio declinando un primo tema agitato e serpeggiante, in cui le evoluzioni dei legni sembrano imitare il canto degli uccelli e l’incalzare delle percussioni evoca riti tribali plurisecolari. Il “colore” della partitura, che l’esecuzione dei musicisti praghesi e la direzione brillantissima di Raine restituiscono appieno, prevale qui senz’altro sulle esigenze leitmotiviche, ed è un colore cui si aggiunge continuamente un tocco di giocoso umorismo, deducibile da inserti del clarinetto, del flauto (“The elephant”) , e dall’iterazione delle forme modali sorrette dall’incessante battito cardiaco delle percussioni locali. Protagoniste incontrastate, queste ultime, della partitura, le ritroviamo a sostenere un’atmosfera misteriosamente intrigante, quasi acquattata, in “W’re off/The dam”, laddove invece “Crossing the dam/80 miles of desert” echeggia di un sound bondiano, soprattutto nelle brevi frasi dei violini in flautando circolarmente ripetute, ad attendere gli accordi minacciosi in pianissimo degli ottoni. “Night visitor” offre un saggio dell’orchestrazione barryana – fedelmente riproposta da Raine – nel lungo, trepidante tremolo degli archi su cui il suono dei timpani espone il tema principale, mentre “Ubi burns”, rullante e dinamico, si accende di colori e scatti imperiosamente dinamici. Gli otto minuti della “Mister Moses concert suite”, che sino a questa uscita erano tutto ciò che sopravviveva dello score, ne costituiscono un’ampia ricapitolazione e una scintillante crestomazia di materiali, formando un pezzo da concerto perfettamente autosufficiente e  pittoresco.
Dal Kenya di Mister Moses alla Detroit regno dell’automobile di Betsy, il salto appare abbastanza lungo e non solo per i 13 anni che intercorrono fra la prima e la seconda fatica del musicista britannico. A differenza del primo film, questo diretto da Daniel Petrie e tratto da un romanzo del bestseller-man Harold Robbins è stato un grande successo al box-office, sicuramente per il suo disinvolto mix di passioni (anche incestuose), lotte di famiglia, motori e agonismo, nel quale fu coinvolto tra gli altri un mostro sacro come Laurence Olivier. Anche in questo caso siamo dinanzi ad un inedito assoluto, visto che dello score si conosceva sinora solo il meraviglioso, nostalgico love theme. Quest’ultimo è una delle due idee portanti del lavoro, l’altra essendo costituita da un tema armonicamente molto prossimo, esposto in forma  languida, desolata nei Main Title e da un magico, delicatissimo pianoforte in “He and she”; qui dominano completamente gli archi, una sezione da cui Barry sapeva trarre scrigni melodici di infinita bellezza e poesia, in un trattamento strumentale disteso e arioso. Anche il morbido sax alto che dialoga con il pianoforte nell’”Angelo’s theme”, su un soffice tappeto di archi, è quanto di più barryano si possa immaginare nella trasparenza timbrica e nella pacatezza dell’andatura, appoggiata sugli archi e sugli arpeggi tenui del pianoforte. Siamo nel nucleo più irresistibilmente sentimentale della vena compositiva del musicista, ribadito dalla squisita eleganza dell’assolo di violino in “Win one, lose one”: promana un senso di morbida, accattivante malinconia da queste circonvoluzioni armoniche che si inseguono mollemente sostenendosi a vicenda e talora assottigliandosi in lenti, gravi accordi degli archi sui quali vagano sperduti un violoncello o una linea di violini primi (“Grandfather/It’s all in the family/Working on Betsy”): malinconia che può facilmente trascolorare in senso di tragedia e di lutto, affidati al timbro cupo sempre degli archi, in “Loren’s suicide”. L’andamento quietamente orizzontale dello score è saltuariamente spezzato da alcune incursioni più movimentate e accidentate, come il brontolio dei bassi di “In bed”, o da un nuovo ricorso a stilemi bondiani (dissonanze strategiche, fluttuare di vibrafono, tremoli sul ponticello, riverberi, note di spinetta) in “Angelo is beaten”; ma di nuovo torna la dolce tristezza del tema conduttore nel flauto di “What took you so long?”, prima delle nuove, respingenti dissonanze degli ottoni in “Samson gets it/Angelo takes over”, con un disegno insistito e sinistro degli archi sul rintocco funebre dei timpani e sulle note gravi, percussive del piano. Un conflitto che pare appianarsi solo nel sognante, luminoso valzer degli End titles, in cui il tema principale appare traslitterato in un’atmosfera quasi viennese.
Come si vede, siamo ancora una volta davanti a casi di film senza dubbio “minori” dotati di partiture maiuscole in termini di valore aggiunto, entrambe caratterizzate da un colore preciso e inconfondibile che, sommato al dono unico di un’inventiva melodica straordinaria, fanno risaltare una volta di più la profondità e la sapienza dello stile musicale di John Barry.

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Daniela Bocconi

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