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24 Feb2015

La rançon de la gloire

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

La rancon de la gloireMichel Legrand
La rançon de la gloire (2014)
Playtime PL1501294
13 brani – Durata: 34’46”

Dei tre grandi ultraottantenni che tuttora esibiscono una straordinaria fase creativa e attiva nella musica per film (John Williams, Ennio Morricone, Michel Legrand), il francese è forse quello che fa battere più forte il cuore ad una generazione, diciamo così, “diversamente giovane”.
Impossibile dimenticare Les parapluies de Cherbourg, che contiene forse il più bel tema sentimentale di tutta la storia della musica filmica; oppure Yentl, autentico florilegio di song-arie similoperistiche scritte per il talento sovrumano di Barbra Streisand, o la collaborazione con il regista Jacques Demy, foriera di autentici capolavori, o Il caso Thomas Crown, o Quell'estate del '42, e potremmo continuare a lungo. Legrand è la quinta colonna di un multilinguismo musicale eccezionale, ed è padrone assoluto di una infinita tavolozza di colori strumentali e di idee melodiche travolgenti, che incendiano le emozioni e conquistano l'anima, conducendo la proverbiale “sensiblerie” francese a toccare vertici di lirismo sublime e incantatorio. Nessuna sorpresa quindi che, a 82 anni suonati, il maestro parigino ci consegni una partitura di disarmante freschezza, di enorme respiro, di infinita cultura e, non ultima caratteristica, di una superiore, inarrivabile ironia. Perchè c'è un convitato di pietra, in questo score per il film di Xavier Beauvois dedicato ai due balordi che nel marzo '78, a tre mesi dalla sua scomparsa, trafugarono nel cimitero svizzero di Corsier-sur-Vevey la salma di Charles Chaplin con l'intento (fallito) di chiederne un riscatto: e questi si chiama appunto Charles Chaplin. Il suo fantasma aleggia ovunque, ed è quasi inevitabilmente evocato da un preciso, elaboratissimo riferimento al suo profilo di compositore, tanto accademicamente digiuno quanto incredibilmente ispirato: questo riferimento è il tema chapliniano, struggente e notissimo, da Luci della ribalta (1952), che l'orchestra vasta, ribollente, piena, luminosa di Legrand riprende in “Chaplin” dapprima a voce spiegata poi sottoponendolo ad una serie di alterazioni e variazioni ritmiche all'interno di un gagliardo trattamento ritmico nel quale affiora subito un secondo, più severo e insistito, nucleo tematico. Forte di questa presenza, che il compositore riesce a trasformare in cellula generatrice per un contrappuntismo straordinariamente complesso e raffinato, la partitura può compiutamente svilupparsi sull'asse di un tema principale fluente, mosso e avvolgente, dove il fraseggio degli archi incrociato con disegni dei legni e sostenuto da una massa corposa di ottoni e percussioni, palesa un'epica sontuosità sonora apparentemente in contrasto con il mediocre e un po' ridicolo profilo umano dei due protagonisti, ma che in realtà contribuisce a sottolinearne le aspirazioni e a dilatarne le azioni in una paradossale, misteriosa grandiosità: si ascolti a tale riguardo la possente progressione armonica di “Ousman et Eddy” o l'intervento chiesastico di organo a canne e coro salmodiante di “Un moment de grâce”, nel quale va inopinatamente a intrufolarsi beffarda una jazz-session memore della vastissima esperienza legrandiana in questo àmbito. Non mancano reminiscenze linguistiche del periodo di massima gloria della poetica chapliniana, ossia quello del cinema muto, con i virtuosismi pianistici scintillanti di “La cure”, mentre la ripresa del tema principale in “Rosa et Samira” si avvale di uno splendore timbrico nel quale si esalta tutto il nitore e la sapienza dell'orchestrazione legrandiana, che separa le famiglie di strumenti secondo variazioni espositive di stampo squisitamente ottocentesco, lasciando defluire i percorsi melodici lungo un enorme alveo di modulazioni armoniche continue. Si tratta di una scrittura dichiaratamente, quasi spavaldamente nostalgica, una sorta di sfida alla modernità che l'anziano compositore lancia forte di un'ispirazione incontenibile e di un pathos espressivo rimasto intatto in oltre cinquant'anni di carriera. Così, “Le cirque” vibra e saltella, vivacissimo, lungo un reticolo di dissonanze stravinskyane, incorporando brevemente nei violini il leit-motif legrandiano, laddove “Crooker” riesuma (il termine è appropriato...) frammenti del tema chapliniano in un'atmosfera incupita dall'incombenza del secondo tema, che subisce un trattamento variativo, movimentato e ritmicamente ostinato, dal moto perpetuo degli archi e dalla massiccia presenza degli ottoni.
Jazz, dicevamo: ed ecco lo strepitoso, vintage “Guet apens”, velocissimo pezzo di bravura per sax e tromba di un dinamismo sfrenato in purissimo, anarchico stile “free”; è un momento che riporta alle stagioni più fulgide del genere, e agli immensi contributi, compositivi ed esecutivi, che Legrand vi ha apportato. Il contrasto con “En avant!”, dalle armonie inafferrabili ma dall'orchestrazione straussiana (rilevantissimo, nell'esposizione del secondo tema, il ruolo di ottoni e in particolare dei corni), non potrrebbe essere maggiore. Ancora più spiazzante la versione alternativa di “Un moment de grâce”, dove la fusione fra elemento corale e i dilaganti timbri jazzistici di batteria e tromba crea un impasto quasi surreale e onirico.
Partitura non amplissima per durata, ma calibrata in blocchi musicali isolati e autonomi, quella di La rançon de la gloire è sicuramente uno dei più bei regali che l'ormai vecchia guardia europea della musica per film potesse lasciarci: una vecchia guardia, va aggiunto, la cui esperienza, impronta e inesauribilità espressiva si collocano tuttora ad anni luce dai modesti traguardi di tanta, troppa, sedicente “modernità”.


 

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Daniela Bocconi

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